domenica 30 aprile 2017

Il cammino e la giostra: l'AC dopo 150 anni


Il cammino è molto di più di una metafora della vita: ne esprime il dinamismo profondo, che non è fatto solo di movimento, ma anche di cambiamento. È difficile cambiare senza muoversi, ma è possibile - soprattutto oggi - muoversi senza cambiare.
Sin dagli albori dell'umanità, si può dire che l'uscita dalla penombra della preistoria sia cominciata quando gli esseri umani hanno sperimentato e compreso che la differenza fra il tempo della natura e il tempo della storia dipende proprio dalla possibilità di vivere un percorso orientato, condiviso, progressivo. Il movimento degli astri, l'avvicendarsi delle stagioni, il ciclo del giorno e della notte sono un tornare sempre al punto di partenza: la vita umana - propriamente umana - ha invece la possibilità di cominciare, di andare, di cambiare; la storia dell'umanità è un reticolo magnifico e terribile di sentieri più o meno interrotti: sentieri luminosi e insanguinati, rischiarati da slarghi improvvisi, da accelerazioni sorprendenti, e insieme bloccati da muri abusivi e invalicabili, causa di rallentamenti, deviazioni, conflitti senza fine.
Da più di mezzo secolo, però - praticamente dalla mia adolescenza -, avverto che siamo diventati ostaggi di una retorica del cambiamento, che ormai si ripete ossessivamente, come un ritornello rifritto in tutte le salse: il tempo è cambiato, sta cambiando tutto, il mondo non è più lo stesso, dobbiamo stare al passo con le trasformazione epocali… Forse è ora di chiederci: perché non riusciamo mai ad agguantare il segreto, il meccanismo nascosto, l'algoritmo del cambiamento? Che cosa ci sfugge, spiazzando continuamente analisi dotte e interminabili, che invecchiano prima di diventare adulte, innescando la spirale frustrante di una rincorsa affannata e sempre in ritardo? Il treno corre troppo velocemente, oppure sta girando in circolo, sferragliando a vuoto, galleggiando su stesso? A volte si ha l'impressione che il treno sia diventato una giostra: sempre più sofisticata, sempre più vorticosa, sempre più seducente, ma pur sempre una giostra. Verrebbe da dire: tanto rumore per nulla!
Ormai avvertiamo in modo sempre più chiaro che ogni giorno si muove tutto e non cambia mai niente! Correre a perdifiato è diventato il modo più frenetico di stare fermi. Perché se decidiamo di salire su una giostra e non scendere più, alla fine ci gira la testa e non ci accorgiamo di essere sempre nello stesso posto, rinunciando a vivere. Paradosso incredibile: grazie alla tecnologia stiamo tornando indietro dal tempo della storia al tempo della preistoria!
La società è ferma, la scuola è ferma, l'educazione è ferma, la politica è ferma, l'economia è ferma. Che cosa trasforma il movimento in cambiamento? Scendere a terra, trovare un sentiero già battuto, avere una mappa, dare corpo a un sogno, elaborare un progetto, impegnarsi in una promessa, generare un processo, camminare insieme con il passo di tutti.
L'Azione Cattolica, nella sua XVI Assemblea, tuttora in corso, e nella celebrazione di un secolo e mezzo della sua storia, oggi ha incontrato Francesco, che è tornato - dopo l'intervento memorabile al Forum internazionale del 27 aprile - a dire parole ispirate e impegnative: 
- anzitutto ha ribadito in modo insistito ed energico la centralità irrinunciabile della parrocchia, "che non è una struttura caduca" (EG, 28), spazzando via finalmente l'antitesi artificiosa tra istituzione e carisma, che ci ha fatto perdere anni di tarda scolastica movimentista; 
- in secondo luogo ha ricordato che un'assocazione che voglia vivere all'altezza della sua storia ha oggi la "responsabilità di gettare il seme buono del Vangelo nella vita del mondo, attraverso il servizio della carità, l'impegno politico [riaffermato con forza, scostandosi dal testo scritto, in favore della "grande politica, con la lettera maiuscola"], la passione educativa e la partecipazione al confronto culturale".
Oggi è particolarmente difficile vivere un equilibrio tra questo doppio dinamismo: soprattutto perché pezzi consistenti della nostra società - e forse anche segmenti non secondari della nostra stessa vita -  sembrano sedotti più dalla giostra che dalla strada, più dal luna park che dalla città. Preferendo un movimento senza cambiamento, in fondo, ci si diverte di più, si soffre di meno, si può recriminare più facilmente, si scende e si sale quando se ne ha voglia. Anche senza biglietto.
Eppure un cristiano - oggi meno che mai - non può tirare dritto per la sua strada.
Negli anni del Concilio, le strade della storia erano affollate, si stentava a farsi largo, tra calci e spintoni: pullulavano di visioni politiche (a volte, purtroppo, semplicemente ideologiche), di ideali umanistici, di movimenti per la pace e i diritti umani, di culture militanti, di voglia di cambiamento e di futuro. 
Oggi, verrebbe da dire, il futuro non è più quello di una volta
Come dialogare con chi ha solo voglia di movimento senza cambiamento? Dobbiamo salire anche noi sulla giostra, entrare nel luna park? Ma se poi ci perdiamo? Se diventiamo irrilevanti? E se trascorressimo già al suo interno, magari senza accorgercene, una parte non piccola della nostra vita? Che cosa significa "partecipazione al confronto culturale"? Che cosa può voler dire oggi impegnarsi in favore della "grande Politica"?
La difficoltà oggettiva di dare una risposta a queste domande non ci autorizza però a sottovalutarle, a tenerle prudentemente distanza, o peggio a ignorarle del tutto.
Una volta ritrovato un riconoscimento ecclesiale così alto, autorevole e convinto, diventare un "sindacato dei catechisti e degli educatori" potrebbe essere oggi per l'Azione Cattolica la tentazione più forte e insidiosa di tutta la sua storia. Sarebbe il modo peggiore di stravolgere - e tradire - la "scelta religiosa". Ancora una volta papa Francesco ci dà a pensare.

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