venerdì 25 agosto 2017

Autunno, interiorità da ritrovare

«Il caldo pioveva lentamente tra i rami delle agavi; il cielo azzurro della mattina si copriva rapidamente d’una coltre biancastra che rendeva l’aria più soffocante». Mi sono tornate in mente molte volte queste parole di Albert Camus, che, con un tocco magistrale, disegnano la cornice esterna del colloquio tra il dottor Rieux e padre Paneloux, nel romanzo La peste, ambientato nella città algerina di Orano. Il caldo opprimente e implacabile, in cui sembra come liquefarsi la tragedia della pestilenza, con il suo carico indifferenziato di vittime, non impedisce un confronto aspro e sofferto fra i due protagonisti, fatto di domande di senso troppo scomode, dinanzi all'assurdo di tante morti innocenti.

Anche senza agavi, la nostra interminabile estate atmosferica, nella monotonia assolata di giornate sempre sospese sotto un cielo bruciato, si è lentamente mangiata quasi tutte le promesse di libertà, di riposo, di incontri: ha preso in ostaggio le nostre vite, rallentando i movimenti, trasformando le case in soffocanti oasi protette, addirittura impadronendosi dei nostri discorsi, ossessionati dall'amplificazione mediatica delle previsioni e della temperatura percepita.

A un certo punto, vigliaccamente, ho abbandonato a se stesso il mio orticello, dove in un fazzolettino di terra "coltivavo" la pretesa di raccogliere molti pomodori, poche zucchine e melanzane, insieme a un po' di limoni, pesche e uva. Sono tornato a fargli visita qualche giorno fa e lo stato di abbandono mi ha fatto stringere il cuore: nemmeno le erbacce, che avevano avuto un'occasione unica per vincere la loro battaglia, sono riuscite a cantare vittoria. Foglie imbrunite e avvizzite dalla calura, frutta cotta dal sole come se fosse stata in forno… Più in generale, un senso di intontimento prostrato, come se anche la natura si fosse trovata di fronte a un tradimento imprevisto: da amico, il sole si era trasformato in nemico, le nuvole erano scomparse, il cielo come bloccato in un azzurro sfatto e pesante.

Anche questa estate, più o meno come sempre, è stata teatro di incidenti stradali, disgrazie al mare o in montagna, attentati terroristici, atti di violenza - esibiti o nascosti - nei microcircuiti di affetti più meno effimeri e disordinati. Anche noi abbiamo la nostra peste: non solo estiva, beninteso, ma che in estate - per imprudenza o strafottenza - diventa particolarmente aggressiva e pervasiva. Ci manca forse, però, un dottor Rieux e un padre Paneloux che ci sappiano riportare all'essenziale, che ci aiutino a porci domande vere. Siamo sedotti soprattutto dal gossip più fatuo, fatto di patetiche stravaganze miliardarie, con il quale c'illudiamo di esorcizzare l'angoscia della cronaca nera, lasciandoci soverchiare da dissipazione e stordimento.

Le giornate si stanno accorciando, per strada cominciano a rotolare le prime foglie accartocciate. Forse abbiamo bisogno di autunno. Non solo di giornate brillanti e fresche, di colori morbidi e sfumati, di qualche passeggiata rasserenante e ristoratrice; abbiamo bisogno soprattutto di ritrovare noi stessi, di espellere le tossine dell'angoscia e del pessimismo, di ritrovare le ragioni del bene e della speranza. Autunno, tempo di interiorità da ritrovare.

2 commenti:

  1. che bella persona il prof. Luigi Alici...sto in FB anche per leggere le sue riflessioni. grazie

    RispondiElimina
  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina