martedì 26 settembre 2017

Il limite e la ferita

Venerdì 29 settembre, sessione presso la Pontificia Università Gregoriana del LXXII Convegno del Centro Studi filosofici di Gallarate.

Video dell'intervento
 

Condivido l'incipit della mia relazione: 


La riflessione morale intorno al nesso tra il corpo e la cura non deve lasciarsi ammaestrare solo dalla distinzione husserliana – comunque imprescindibile – tra Körper e Leib, che porta in primo piano la cifra riflessiva della corporeità propria, come dimensione originaria del “corpo che siamo”. Un’altra distinzione, che attraversa e congiunge autorelazione ed eterorelazione, è quella che interessa la complessa gamma della fenomenologia del vissuto corporeo e si manifesta soprattutto come esperienza della malattia, occupando una polarità estrema nella scala della salute.

Non si può considerare il corpo solo nello splendore anatomico che lo contraddistingue nel fiore degli anni o nell’efficienza fisiologica delle sue prestazioni migliori; occorre riconoscere il potere fuorviante di ogni rimozione sistematica delle difettività endogene ed esogene che trasformano un corpo sano in un corpo malato. È difficile tematizzare il nesso tra il corpo e la cura se non siamo disposti a riconoscere la pertinenza antropologica di un corpo piagato, fetido, mutilato, violentato, maleodorante, ultimamente senza vita. È parimenti molto difficile parlare di cura, senza aver mai sperimentato i tempi lunghi dell’assistenza a un corpo martoriato e senza speranze di guarigione; esperienze spesso umanamente atroci e insostenibili, che la routine priva di ogni eroismo eccezionale e che le situazioni più disperate spogliano di ogni forma, anche minima, di reciprocità gratificante. Non si può parlare a cuor leggero di cura ignorando l’ambiente confortante e drammatico di un hospice o lo squallore nauseabondo di un cronicario...

domenica 24 settembre 2017

I cinque gradini per (non) scendere (troppo) in politica

L'attualità politica, non solo italiana, sta confermando la sensazione di un logoramento progressivo degli spazi - reali, non virtuali - di partecipazione ed elaborazione, a favore di un uso personalistico del potere, che l'appello al "nuovo" non basta  a nascondere. Ma quali sono le qualità essenziali, i "requisiti minimi" che possono accreditare l'impegno politico, oltre l'immediatezza di una vocazione naturale o il calcolo di una ambizione "costruita"?  Vorrei provare a tracciare una sorta di "identikit" dell'uomo politico (ovviamente senza troppe pretese), "sotto un velo di ignoranza", senza riferimenti immediati a questo o a quello. Ognuno può provare liberamente a riscontrarlo "sul campo", per vedere se e quanto possa funzionare.
Dal mio punto di vista, vorrei segnalare almeno 5 attributi fondamentali:

1. Ideale politico alto e coerente vs pragmatismo cinico e opportunista
Il requisito primo e più importante è costitutito da una visione della vita, della politica e del bene comune esigente, lungimirante, ispirata alla promozione di tutta la persona e di tutte le persone. Esemplificare non è difficile: quale uomo, quale società, quale scenario nazionale e internazionale, quale idea di convivenza pacifica, quale idea di partecipazione e di democrazia, quale rispetto della natura, delle persone e delle istituzioni, quale gerarchia tra etica, politica ed economia, quale idea di tornaconto personale… Le radici della politica come vocazione e come servizio vengono da qui. Quello che ieri era scontato, oggi forse non lo è più, al punto che i discorsi dei politici sembrano tenerne conto sempre di meno, fino a promettere altre cose, in modo più o meno dichiarato: il benessere individuale, l'arrivismo, il rampantismo, il "saperci fare", l'essere "vincentI" a ogni costo…

2. Onestà trasparente vs opacità corruttibile

Questo requisito oggi è balzato in primo piano, diventando per alcune forze politiche la chiave che apre tutte le porte, la bandiera che basta spiegare al vento per avere dei seguaci. La corruzione dilagante, spesso incistata nelle pieghe minime del potere ed esibita con spavalderia e sfrontatezza, giustificano ampiamente l'appello all'onestà. Un tempo questo valore era, in un certo senso, incluso nel precedente, come un corollario immediato; oggi invece abbiamo bisogno di esplicitarlo, rischiando tuttavia di assolutizzarlo. Facciamo fatica a capire che l'onestà è il minimo: ci sono - per fortuna! - moltissime persone che non si metterebbero mai un euro in tasca, eppure sono talmente pasticcione e prive di senso politico che nessuno affiderebbe loro nemmeno l'amministrazione di un picccolo condominio.

3. Visione
strategica e capacità decisionale vs miopia tattica

L'autentico uomo politico, il vero leader è colui che sa decidere guardando lontano. Anzitutto deve avere una visione di ampio respiro dei processi, dei tempi lunghi, senza lasciarsi condizionare dal risentimento e dalla fretta. A De Gasperi è attribuita questa frase: "Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni". Lo sguardo lungo non deve impedire di decidere di fronte a situazioni immediate: l'ottimo, spesso, è nemico del bene. Ciò che conta, tuttavia, è non accontentarsi di tattiche di piccolo cabotaggio, che fanno occupare la scena mediatica con l'ossessione di esserci; esserci sempre in un esibizionismo narcisistico insopportabile, finché non si produce un effetto di rapida saturazione, e viene voglia di dire: Avanti un altro…

4. Competenza sperimentata vs dilettantismo spericolato 
L'arte politica, in una società complessa, non domanda competenze enciclopediche; l'uomo politico che si presenta come un tuttofare, buono per tutte le stagioni, spesso è uno che nella vita non ha mai combinato nulla di buono. Non ci aspettiamo che un politico sia per forza un tecnico: non è detto che un medico sia il migliore Ministro della Salute, o che un professore sia un ottimo Ministro della Pubblica Istruzione. È indispensabile, tuttavia, che ogni uomo politico si sia messo alla prova in un mestiere o in una professione: abbia studiato, lavorato sodo, ottenuto riconoscimenti importanti. Il mitico curriculum, sbandierato da alcune forze politiche, deve valere soprattutto per i capi…  In questo caso, potrà occupare - per poco tempo - grandi responsabilità e tornare, subito dopo, al suo lavoro; se non ha un lavoro, se è uno che non ha mai lavorato, il rischio che si affezioni alla poltrona è un po' più grande. Il dilettantismo spericolato come alternativa al professionismo della politica è, forse, cadere dalla padella nella brace.
 

5. Consapevolezza dei propri limiti e capacità aggregativa vs narcisismo presuntuoso 
Credo che questa qualità sia oggi particolarmente preziosa e, purtroppo, molto rara. L'uomo politico che si circonda di nani e ballerine, sempre pronti a fare i giri di valzer che lui desidera, spesso è una personalità fragile, immatura, invidiosa, scarsamente inclusiva e cooperativa. Con buona pace di tutti i populismi dilaganti, il vero statista non è l'uomo della provvidenza; è chi riconosce i propri limiti, chi sa individuare le competenze giuste, sa valorizzare le persone, sa creare un clima collaborativo, libero e veramente progettuale. Sa fare squadra. Non ha bisogno di essere adulato, non teme di essere contraddetto, sa farsi aiutare, riesce ad ammettere pubblicamente i propri errori. L'umiltà, in questo senso, è un'autentica dote politica, ed è un vero peccato che anche le forze politiche che vogliono presentarsi come nuove parlino in realtà un linguaggio vecchissimo: noi siamo i migliori, noi non sbagliamo mai, noi non abbiamo bisogno di nessuno. Noi siamo diversi: ecco lo slogan che in realtà in politica rende tutti uguali! Con più umiltà nei leader politici, ieri ci sarebbero state meno guerre e meno violenze, oggi ci sarebbe stata meno retorica e soprattutto meno acquiscenza ai poteri forti. Ci sarebbe stata più politica.

mercoledì 13 settembre 2017

Violenze private e pubblica ipocrisia

Chi l'avrebbe mai detto? La violenza - una violenza selvaggia, sanguinaria, disumana - è ormai diventata la compagna inseparabile della nostra vita quotidiana. Un contagio che non riusciamo più a tenere fuori della porta del nostro mondo "civilizzato", ma che s'infiltra spudoratamente anche nelle pieghe di mondi che ritenevamo - a torto o a ragione - più o meno immuni: nei giovani e giovanissimi, nei rapporti affettivi apparentemente più pacifici, nella chiesa, nelle forze dell'ordine…
La violenza più aggressiva, solitamente autorizzata - e addirittura benedetta! - quando assumeva la forma di guerre tra popoli e nazioni, non abita più soltanto l'arena pubblica dei "rapporti lunghi", ma si è infiltrata fin nelle pieghe più intime e invisibili dei "rapporti corti": tra fidanzatini, tra marito e moglie, tra adulti e bambini, tra carabinieri e giovani turiste…
Se ci facciamo caso, per deprecare questa violenza (cercando invano, in questo modo, di immunizzarci da essa), ricorriamo quasi inconsapevolmente al lessico riservato a uno stadio ferino e primitivo dell'umanità, che ormai non usiamo più per gli animali: il branco, una furia selvaggia, un impeto animalesco, una ferocia bestiale, una donna o un bimbo diventati una preda… Ammettiamo così, semplicemente con l'uso di queste parole, che sta accadendo qualcosa: un fenomeno di regressione, una voglia di tornare indietro, rispetto a quel confine elementare fra il civile e l'incivile che abbiamo impiegato secoli per condividere e in qualche modo consacrare. Le conquiste della storia e della cultura non bastano più.
Dichiariamo a parole tali confini come i più alti e invalicabili, ma di fatto li invochiamo solo per "gli altri"; per noi, siamo sempre pronti a chiedere una deroga, un'attenuante, una sorta di franchigia morale. Dentro il castello impenetrabile della privacy ognuno si sente padrone incontrastato e crede di poter fare quello che vuole con i propri feudatari…
"Non ce la facevo più, sono stato uno stupido, ho perso la testa!" Per gli antichi, l'ira faceva parte delle passioni meno nobili dell'umano, che si poneva alla massima distanza dalla luce dell'intelligenza. Oggi l'ira è diventata non solo la giustificazione dei violenti, ma anche il pretesto per accreditare una logica vendicativa di ritorsione a livello sociale, dove la rabbia delle "maggioranze silenziose" non vuole vedere quello che accade e pretende soltanto una escalation inarrestabile delle pene. Siamo arrivati al punto che, con l'istituzione del cosiddetto "omicidio stradale", in autostrada sparare a una persona è diventato meno grave che investirla! In realtà, non esiste alcun rapporto tra aumento della pena e diminuzione dei reati, come ci insegna il percorso esemplare della giustizia riparativa (restorative justice), che vuole rispondere alla colpa con un progetto, non con una riproposizione raffinata e ipocrita della legge del taglione. 
Il problema è che c'illudiamo di toglierci di dosso la marea di "violenza corta" che sta salendo sempre di più, attorno a noi e spesso dentro di noi, con un accanimento giudiziario, inefficace e anch'esso - sia pure a suo modo - un po' "barbaro". Forse c'è una schizofrenia tra pubblico e privato che dobbiamo avere il coraggio di riconoscere e denunciare. La semantica del privato veicolava in origine un'idea di privatezza, quindi di mancanza, di rinuncia (o perdita) della possibilità di trovare il compimento umano nella dimensione civile, in cui il radicamento in una civitas è condizione imprescindibile per partecipare alla edificazione di una civiltà. Oggi invece il privato è diventato un valore "a prescindere", da perimetrare con i paletti della privacy e su cui far sventolare la bandiera dei diritti, strappata dallo spazio pubblico. In realtà i diritti, anche nella cultura illuministica che li ha celebrati, avevano un senso solo sullo sfondo di un'apertura universale, che oltrepassava il recinto individualistico e portava a riconoscere qualcosa di comune oltre le differenze.
Ormai diventati orfani di un mondo pubblico, al quale apparteniamo e grazie al quale diventiamo "civili", il vocabolario dei diritti è usato di fatto per sdoganare il repertorio delle voglie più istintive e indiscutibili, che possono esplodere, in modi più o meno incontrollati, in una terra di nessuno, senza più freni inibitori. Addirittura, senza nemmeno il timore della pena: quando la voglia mi acceca e la società con i suoi valori e le sue leggi è troppo lontana per interessarmi o farmi paura, non mi ferma più nessuno, semplicemente perché io sono solo con me stesso e all'orizzonte non vedo altri che il mio ego. Un animale e la sua preda.
Allora il diritto diventa una pretesa, la convivenza si trasforma in indifferenza, la ragione diventa tutt'al più uno strumento diabolico per fabbricare alibi di ferro o per abbozzare una retorica di autogiustificazione a oltranza.
Se continuiamo a farci male in queste forme barbare e incivili, forse non basta lasciarci illudere dalla logica ipocrita del capro espiatorio, minacciando pene più severe o limitandoci a costruire megacarceri. Forse dobbiamo tornare ad appassionarci alla civitas e magari chiederci se per la formazione dei carabinieri, dei mariti, dei ragazzi, perfino dei preti non ci sia davvero da ricominciare da capo.