domenica 24 settembre 2017

I cinque gradini per (non) scendere (troppo) in politica

L'attualità politica, non solo italiana, sta confermando la sensazione di un logoramento progressivo degli spazi - reali, non virtuali - di partecipazione ed elaborazione, a favore di un uso personalistico del potere, che l'appello al "nuovo" non basta  a nascondere. Ma quali sono le qualità essenziali, i "requisiti minimi" che possono accreditare l'impegno politico, oltre l'immediatezza di una vocazione naturale o il calcolo di una ambizione "costruita"?  Vorrei provare a tracciare una sorta di "identikit" dell'uomo politico (ovviamente senza troppe pretese), "sotto un velo di ignoranza", senza riferimenti immediati a questo o a quello. Ognuno può provare liberamente a riscontrarlo "sul campo", per vedere se e quanto possa funzionare.
Dal mio punto di vista, vorrei segnalare almeno 5 attributi fondamentali:

1. Ideale politico alto e coerente vs pragmatismo cinico e opportunista
Il requisito primo e più importante è costitutito da una visione della vita, della politica e del bene comune esigente, lungimirante, ispirata alla promozione di tutta la persona e di tutte le persone. Esemplificare non è difficile: quale uomo, quale società, quale scenario nazionale e internazionale, quale idea di convivenza pacifica, quale idea di partecipazione e di democrazia, quale rispetto della natura, delle persone e delle istituzioni, quale gerarchia tra etica, politica ed economia, quale idea di tornaconto personale… Le radici della politica come vocazione e come servizio vengono da qui. Quello che ieri era scontato, oggi forse non lo è più, al punto che i discorsi dei politici sembrano tenerne conto sempre di meno, fino a promettere altre cose, in modo più o meno dichiarato: il benessere individuale, l'arrivismo, il rampantismo, il "saperci fare", l'essere "vincentI" a ogni costo…

2. Onestà trasparente vs opacità corruttibile

Questo requisito oggi è balzato in primo piano, diventando per alcune forze politiche la chiave che apre tutte le porte, la bandiera che basta spiegare al vento per avere dei seguaci. La corruzione dilagante, spesso incistata nelle pieghe minime del potere ed esibita con spavalderia e sfrontatezza, giustificano ampiamente l'appello all'onestà. Un tempo questo valore era, in un certo senso, incluso nel precedente, come un corollario immediato; oggi invece abbiamo bisogno di esplicitarlo, rischiando tuttavia di assolutizzarlo. Facciamo fatica a capire che l'onestà è il minimo: ci sono - per fortuna! - moltissime persone che non si metterebbero mai un euro in tasca, eppure sono talmente pasticcione e prive di senso politico che nessuno affiderebbe loro nemmeno l'amministrazione di un picccolo condominio.

3. Visione
strategica e capacità decisionale vs miopia tattica

L'autentico uomo politico, il vero leader è colui che sa decidere guardando lontano. Anzitutto deve avere una visione di ampio respiro dei processi, dei tempi lunghi, senza lasciarsi condizionare dal risentimento e dalla fretta. A De Gasperi è attribuita questa frase: "Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni". Lo sguardo lungo non deve impedire di decidere di fronte a situazioni immediate: l'ottimo, spesso, è nemico del bene. Ciò che conta, tuttavia, è non accontentarsi di tattiche di piccolo cabotaggio, che fanno occupare la scena mediatica con l'ossessione di esserci; esserci sempre in un esibizionismo narcisistico insopportabile, finché non si produce un effetto di rapida saturazione, e viene voglia di dire: Avanti un altro…

4. Competenza sperimentata vs dilettantismo spericolato 
L'arte politica, in una società complessa, non domanda competenze enciclopediche; l'uomo politico che si presenta come un tuttofare, buono per tutte le stagioni, spesso è uno che nella vita non ha mai combinato nulla di buono. Non ci aspettiamo che un politico sia per forza un tecnico: non è detto che un medico sia il migliore Ministro della Salute, o che un professore sia un ottimo Ministro della Pubblica Istruzione. È indispensabile, tuttavia, che ogni uomo politico si sia messo alla prova in un mestiere o in una professione: abbia studiato, lavorato sodo, ottenuto riconoscimenti importanti. Il mitico curriculum, sbandierato da alcune forze politiche, deve valere soprattutto per i capi…  In questo caso, potrà occupare - per poco tempo - grandi responsabilità e tornare, subito dopo, al suo lavoro; se non ha un lavoro, se è uno che non ha mai lavorato, il rischio che si affezioni alla poltrona è un po' più grande. Il dilettantismo spericolato come alternativa al professionismo della politica è, forse, cadere dalla padella nella brace.
 

5. Consapevolezza dei propri limiti e capacità aggregativa vs narcisismo presuntuoso 
Credo che questa qualità sia oggi particolarmente preziosa e, purtroppo, molto rara. L'uomo politico che si circonda di nani e ballerine, sempre pronti a fare i giri di valzer che lui desidera, spesso è una personalità fragile, immatura, invidiosa, scarsamente inclusiva e cooperativa. Con buona pace di tutti i populismi dilaganti, il vero statista non è l'uomo della provvidenza; è chi riconosce i propri limiti, chi sa individuare le competenze giuste, sa valorizzare le persone, sa creare un clima collaborativo, libero e veramente progettuale. Sa fare squadra. Non ha bisogno di essere adulato, non teme di essere contraddetto, sa farsi aiutare, riesce ad ammettere pubblicamente i propri errori. L'umiltà, in questo senso, è un'autentica dote politica, ed è un vero peccato che anche le forze politiche che vogliono presentarsi come nuove parlino in realtà un linguaggio vecchissimo: noi siamo i migliori, noi non sbagliamo mai, noi non abbiamo bisogno di nessuno. Noi siamo diversi: ecco lo slogan che in realtà in politica rende tutti uguali! Con più umiltà nei leader politici, ieri ci sarebbero state meno guerre e meno violenze, oggi ci sarebbe stata meno retorica e soprattutto meno acquiscenza ai poteri forti. Ci sarebbe stata più politica.

Nessun commento:

Posta un commento