domenica 1 ottobre 2017

I mali dell'Università, oltre i concorsi truccati


Gli scandali che si abbattono, periodicamente, sull'Università (ma si dovrebbe dire: sulla gestione scorretta di alcuni concorsi da parte di alcune commissioni) pongono una questione molto grave - anzi gravissima - che investe non solo la comunità universitaria nel suo complesso, ma le responsabilità della politica e, in senso più ampio, dell'intero Paese. Sullo stato di salute generale del sistema universitario italiano esistono studi approfonditi: segnalo, fra i più recenti, il libro di G. Capano, M. Regini, M. Turri, Salvare l'università italiana. Oltre i miti e i tabù, Il Mulino, Bologna 2017; interessante anche l'articolo di Juan Carlos De Martin:Come sta l'Università italiana? Sul piano dei valori ideali, si segnala l'intervento odierno di papa Francesco a Bologna, che nel suo Incontro con gli studenti e il mondo accademico richiama tre diritti fondamentali: alla cultura, alla speranza e alla pace.
Molto più modestamente, io vorrei condividere alcune riflessioni in seguito all'inchiesta giudiziaria sul concorso di Diritto tributario.
1) Anzitutto è bene ricordare che la presenza di fenomeni corruttivi è ormai diffusa quasi ovunque, perché prima di tutto la tentazione è dentro ognuno di noi, e nessuno deve presumere di esserne immune per "diritto divino". L'elenco potrebbe essere molto lungo: amministratori comunali, magistratura, forze dell'ordine, uomini di Chiesa… È certamente un'aggravante quando fenomeni di corruzione diffusa si manifestano in questi ambiti, che, come l'università, dovrebbero essere luoghi esemplari di specchiata onestà; un'aggravante che non deve indurre atteggiamenti di passiva rassegnazione, magari dopo una fiammata effimera di indignazione.
2) Nel caso dell'università il fenomeno dei concorsi truccati non è nuovo e spesso accade, è bene ricordarlo, in alcuni settori disciplinari più "ricchi": quelli in cui la libera attività professionale, che si aggiunge alla docenza universitaria, comporta la possibilità di impegnare a tempo pieno molti giovani (studi professionali o corsie d'ospedale…), spesso compensando lo sfruttamento con la promessa di una carriera assicurata. In questi casi, il fenomeno diventa veramente indecente e deve essere perseguito in modo rapido ed efficace.
3) Nel corso degli ultimi decenni, tuttavia, per prevenire questi fenomeni, sono stati apportati molti correttivi: si sono cambiate spesso le regole dei concorsi (prevedendo il sorteggio dei commissari, o una combinazione di voto e di sorteggio, quindi inserendo nelle commissioni un membro straniero, ecc.). Il doppio livello attualmente in vigore (una abilitazione nazionale e una chiamata dalla sede universitaria, con un doppio concorso quindi) appare un buon punto di equilibrio. Tuttavia, ogni normativa si può aggirare, non illudiamoci.
4) La proposta di Raffaele Cantone, Presidente dell'autorità nazionale anticorruzione, di aprire le commissioni a membri esterni, appare di difficile - se non impossibile realizzazione -, oltre al fatto che trasmette l'idea negativa di una sorta di "commissariamento" delle università. L'esempio di Cantone è piuttosto facile: perché non chiamare uno scrittore in una commissione di Letteratura italiana? E per una commissione di Logica matematica o di Papirologia, chi chiamiamo? Chi valuta e sceglie competenze estremamente specialistiche, soprattutto in ambito di ricerca pura? Lasciamo stare, mi pare che questa uscita sia stata piuttosto imprudente…
5) Un problema ancora più delicato è il seguente: chi è il candidato migliore, che merita in modo obiettivo e inequivocabile di vincere un concorso universitario? L'università non è solo un istituto di ricerca: il candidato ideale deve offrire un mix di competenze scientifiche e didattiche, che ogni università deve valutare in rapporto alle proprie esigenze. Ho conosciuto, a vari livelli, persone che in assoluto apparivano intellettualmente e scientificamente come le più dotate; tuttavia, alla prova dei fatti, si sono rivelate del tutto inadatte al compito: perché presuntuose, inaffidabili, prive di attitudini cooperative, incapaci di "fare gioco di squadra" e soprattutto di comunicare e di insegnare (in molti casi, volutamente, per evitare troppi carichi didattici e restare sole a celebrare se stesse, nella torre d'avorio del proprio narcisismo…).
6) Infine, una questione che solo apparentemente sembra estranea al problema è quella delle risorse: come si legge nel post citato sopra di De Martin, il taglio progressivo di finanziamenti all'università è stato devastante, provocando effetti perversi, di cui i non addetti stentano a rendersi conto. La riduzione degli organici, la chiusura di molti corsi di studio, l'impossibilità di fare progetti e programmazioni a lunga scadenza ha fatto scappare (e sta facendo ancora scappare!) i giovani migliori, più preparati e motivati, provocando uno schiacciamento verso il basso degli idonei ancora non assunti, che sta emarginando i più giovani: ai concorsi per il dottorato partecipano candidati con titoli da ricercatore, ai concorsi per ricercatori candidati con titoli da professori associati, ai concorsi per associati
candidati in possesso dell'idoneità a ordinario. È questo il dramma più grave dell'Università italiana, che non può essere occultato dall'attenzione, certamente doverosa, ai singoli scandali. In una università impoverita nelle risorse finanziarie e umiliata nella sua centralità strategica, restano briciole sulle quali accapigliarsi, in una guerra tra poveri che non interessa nessuno, mentre i "baroni" più navigati si possono permettere, con la solita strafottenza, di continuare a fare quello che vogliono.

Nessun commento:

Posta un commento