lunedì 18 dicembre 2017

Il biotestamento, tra legge scritta e legge non scritta

(Joerg Breu il Vecchio, Il suicidio di Lucrezia, 1475)
Il pensiero antico, e la tragedia greca in modo particolare, ci hanno segnalato una tensione drammatica - in un certo senso doppia - tra la vita e la legge: a un primo livello, ci scontriamo con la difficoltà di conciliare bios e nomos, l'immediatezza spontanea del vivere e la severa codificazione della norma; a un secondo livello, una nuova problematicità investe il rapporto tra la "legge scritta", a volte pura esibizione di potere del più forte, e la "legge non scritta", esemplificata dalla figura di Antigone che sceglie di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte.
Questo doppio ordine di questioni appare strettamente intrecciato nel caso del disegno di legge sul biotestamento, appena approvato dal Senato. Su questo testo il mondo cattolico ha espresso valutazioni molto diverse: agli estremi collocherei i toni, forse eccessivamente trionfalistici, di Mario Marazziti  e quelli, forse eccessivamente severi, di qualche vescovo.  
Secondo due illustri filosofi del diritto, come Giampaolo Azzoni e Paolo Becchi, questa legge è inutile e pericolosa, mentre "Aggiornamenti sociali", la rivista dei Gesuiti diretta da p. Giacomo Costa, ha pubblicato un documento, redatto da una équipe molto qualificata di esperti, dai toni prudentemente ma sostanzialmente positivi. Anche se suscettibile di miglioramenti - questa la tesi di fondo -, l'approvazione di tale legge può considerarsi tutto sommato un passo avanti.
Chi spara a zero sulla legge, aggiungerei, dimentica il contesto storico nel quale oggi viviamo, segnato da un accentuato pluralismo culturale e da una debolezza del quadro politico che, probabilmente, non avrebbe consentito di fare di più: è il caso classico delle leggi imperfette, studiate fra l'altro in un bel volume apparso di recente e curato da Luciano Eusebi (Il problema delle «leggi imperfette». Etica della partecipazione all'attività legislativa in democrazia, Morcelliana, Brescia 2017).
Pur condividendo sostanzialmente il tono dialogico del documento elaborato da "Aggiornamenti sociali" e senza entrare nel merito delle tecnicalità della legge, restano tuttavia, a mio giudizio, alcune riserve profonde, che personalmente mi sento di esprimere, in sintonia con la valutazione espressa dall'Azione Cattolica, secondo la quale questa legge è "destinata a creare più problemi di quelli che vorrebbe, in maniera troppo meccanicistica per un ambito in cui i confini sono così labili, tentare di affrontare".
Sono molto vicino al post, intenso e e profondo, di Costanza Miriano, che mette in guardia sulla illusione di poter spingere troppo avanti la pretesa di legiferare e coerentemente si augura che nemmeno la Chiesa scenda sul terreno della casistica spicciola, continuando invece "ad annunciare, prima di tutto, con forza, fino a sgolarsi, che il mistero di ogni vita sofferente è una grazia, un aiuto per continuare a tenere gli occhi fissi sul Mistero".
In questo contesto, vorrei riassumere le mie perplessità collocandole dentro un criterio di ordine generale: ci sono casi di "penombra", agli estremi più complessi e sfumati del vivere e del morire, in cui la responsabilità della coscienza non può essere sostituita dalla luce artificiale del diritto, e non è detto che l'intervento del legislatore sia sempre preferibile a quello del giudice. 
A volte, quando il mito dell'individuo "solo al comando" entra in crisi, in presenza di dilemmi di difficile soluzione, non è vero che l'appello alla legge sia l'unica via d'uscita; possono esserci altre vie, meno impersonali e più affidabili: ad esempio, la via della "cellula del buon consiglio" (P. Ricoeur), fatta di una équipe di aiuto (familiari, medici, personale paramedico, esperti…), che traduce la difficoltà della scelta in esercizio di responsabilità condivisa. L'accanimento normativo sembra essere invece il "deus ex machina" cui appellarsi per risolvere i problemi insuperabili generati dall'individualismo libertario, in una sorta di paradossale e involontaria alleanza.
Per questo, è molto importante valutare sempre una legge all'interno del contesto culturale più ampio di cui essa è espressione. Non si può giudicare il volume di una massa ghiacciata dalla punta dell'iceberg. Una preoccupazione presente anche nell'editoriale di Marco Olivetti, su Avvenire del 18 dicembre.
Se, in altri termini, la legge è espressione di una cultura che assolutizza il principio di autonomia e rifiuta il principio di reciprocità (sul quale si fonda ogni etica della cura degna di questo nome), la sua gestione ordinaria e la sua ermeneutica giurisprudenziale saranno costantemente esposte al pericolo di forzature univoche.
Provo a fare qualche esempio. 
Anzitutto, secondo la legge, nutrizione e idratazione artificiali (NIA) sono inclusi fra i trattamenti che possono essere legittimamente rifiutati: ci sono probabilmente dei casi in cui questi trattamenti, per la complessità della somministrazione, sono equiparabili a interventi medici, che come tali possono essere più o meno proporzionati. Ma se questi casi estremi venissero di fatto assolutizzati nella vulgata corrente, fino a considerare i nutrienti fondamentali come un farmaco, si assisterebbe a una mistificazione inaccettabile. "Imboccare" un malato non è una terapia, e ovviamente non può produrre la remissione di una patologia.
In secondo luogo, se il principio di autonomia venisse usato come una assolutizzazione strisciante dei desideri del paziente, verrebbe meno l'autonomia all'altro capo della relazione di cura: l'autonomia del medico o dei familiari, di fatto soggetti a un ricatto affettivo da parte del paziente. È vero che la legge vorrebbe evitare questa situazione; ma non è meno vero che la volontà del malato non può autorizzare la strumentalizzazione del medico né la sua riduzione a semplice "protesi funzionale" del malato stesso. Poi non ci lamentiamo della disumanizzazione del rapporto medico-paziente!
Infine, c'è un grande nemico che è sempre in agguato in ogni legge, e che diventa potentissimo quando la tensione morale si allenta e la cultura dominante mostra il suo vero volto, fatto di fretta e di opportunismo: questo nemico si chiama routine. Ho visto personalmente far firmare il consenso informato (altra conquista bioetica importante) a pazienti che entrano in ospedale, presentandolo come un semplice adempimento burocratico che serve per il ricovero! Persino la legge italiana sull'aborto, che prevede una serie di cautele e di passaggi molto precisi, volti a verificare attentamente volontà e condizioni della donna, è di fatto ridotta a una sorta di passacarte spiccio e negligente. Anche in questo caso si può rispettare la forma delle legge (solo perché tutte le firme sono nelle caselle giuste) ma non il suo spirito né la sua sostanza.
Perciò, anche dinanzi a questo passaggio delicato, dobbiamo chiederci,
onestamente e senza ipocrisia, che cosa vogliamo davvero, e quale sia la "legge non scritta" che resta nascosta dietro alla "legge scritta": vogliamo ritrovare un rapporto vero con la misura fragile e preziosa della nostra vita, oppure vogliamo un altro cassetto dove stipare pezzi di carta che autorizzino una morte in solitudine, in una società alienata e impersonale, che non riesce a immaginare un morire diverso da come immagina il vivere?

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