lunedì 31 dicembre 2018

Quando COMINCIA un anno NUOVO

«Ma insomma che cos'è il tempo? Lo so finché nessuno me lo chiede; non lo so più, se volessi spiegarlo a chi me lo chiede». Agostino introduce con queste parole, nel libro XI delle Confessioni, la sua celebre analisi intorno al tempo. Siamo così profondamente immersi nel mistero, da non accorgerci che persino le dimensioni più abituali della nostra vita, con le quali riteniamo di essere in confidenza, ci sfuggono nella loro radice più profonda. Crediamo di conoscere bene il tempo che passa, che plasma indelebilmente il vissuto, trasformando gli spazi del nostro esistere in una storia; eppure basta una domanda elementare intorno alla natura e al senso del trascorrere dei giorni per metterci in difficoltà. 

A differenza del silenzio immoto degli spazi siderali, dove il tempo coincide con l'orbitare prevedibile e monotono dei corpi celesti, la vita umana sulla terra è emersa, attraverso un percorso lentissimo e irreversibile, segnando uno spartiacque fra storia e preistoria. L'uomo e la donna sono diventati persone ricordando, progettando, situando la propria vita entro un reticolo condiviso di eventi, in qualche modo "spazializzati" attraverso clessidre, meridiane, orologi, calendari. Non riuscendo a comprendere il tempo nella sua sfuggente immaterialità, cerchiamo di inchiodarlo alla materialità dello spazio, immaginandolo come un lungo labirinto di stanze, che attraversiamo l'una dopo l'altra. 

Il tempo ci appartiene e ci sfugge, lo temiamo e lo amiamo, ne siamo schiavi e insieme produttori. Fino a dimenticare una verità fondamentale: cogliamo il divenire perché abbiamo la capacità di sporgerci verso un mondo che non passa; ci sentiamo a casa e insieme spaesati nella storia perché siamo "esseri doppi", a cavallo di due mondi: “Con una certa parte del nostro essere viviamo tutti fuori dal tempo” (M. Kundera). Il tempo ci appartiene, ma noi sentiamo di appartenere anche a una dimensione ulteriore, che resiste all'usura del divenire. Jorge Luis Borges lo dice in modo ancora più esplicito: “La vita è troppo povera per non essere anche immortale”.

Ma c'è un altro mistero, che in questi giorni punteggiati di auguri di buon anno - ora sinceri ora fatui - cerchiamo disperatamente di rimuovere: il tempo umano non è mai una successione neutra di fatti. È impossibile interpretare l'orbita di Marte come un suo merito o demerito; è altrettanto impossibile giudicare "cattivo" un leone che sbrana una gazzella "buona". La  storia umana, invece, è sempre un gomitolo aggrovigliato di bontà e malvagità. Il tempo siamo noi: non esistono tempi buoni e tempi cattivi, l'anno nuovo e l'anno vecchio non dipendono dal calendario.

E non c'è solo la "grande storia", fatta di monarchi capricciosi e di geni dell'intelligenza, di guerre orrende e di pace precaria; c'è anche una "piccola storia", che custodisce, sotto una patina deprimente di mediocrità e cattiverie gratuite, un paesaggio magnifico nella sua normalità, illuminato da eroismi quotidiani e da gesti di dedizione esemplare. C'è una "storia degli ultimi", nel bene e nel male, che in questi giorni di dissipazione festaiola ognuno di noi dovrebbe raccattare e onorare. Solo mettendoci sulle tracce di questi "pezzi di eternità" nascosti fra le pieghe del tempo che passa, possiamo meritare davvero di alzare lo sguardo oltre la curva dei giorni.

Personalmente, mi limito ad aprire a lista, invitando i miei lettori ad allungarla.
In positivo, segnalo le 33 onorificenze al merito della Repubblica Italiana, conferite dal Presidente Sergio Mattarella: storie e volti di impegno civile e di dedizione al bene comune che meritano di prendere il posto di tanti eroi negativi di cui gronda la rete, ammorbando la comunicazione e nascondendo l'onestà. 
In negativo, segnalo la violenza sulle donne: in Italia nel 2018 sono state uccise 94 donne; in 32 casi si può propriamente parlare di femminicidio, quando una donna viene uccisa in ragione del proprio genere. 
Vorrei aggiungere poi almeno altri tre nomi, praticamente sconosciuti. Felipe Gómez Alonzo è un bambino guatelmateco di 8 anni, morto la vigilia di Natale di stenti e disidratazione, mentre era sotto la custodia degli agenti di frontiera, dopo essere riuscito a entrare dal Messico negli Stati Uniti. La stessa sorte era toccata a Jakelin Caal Maquin, una bimba di 7 anni, morta l'8 dicembre. La dichiarazione di Trump, che cerca di scaricare sui democratici queste morti innocenti aggiunge rabbia al dolore. 
Vorrei ricordare infine la giovanissima Rouzan al-Najjar, uccisa il primo giugno da un soldato isaeliano mentre curava i feriti, come medico volontario, durante le proteste contro il blocco israeliano della striscia di Gaza. Una lunga e accurata indagine giornalistica del New York Times, appena pubblicata, ha fatto finalmente luce sulla vicenda, escludendo la natura accidentale della sua morte.
Nomi e volti da non dimenticare, se vogliamo iniziare il nuovo anno senza vergognarci.

venerdì 21 dicembre 2018

NATALE, la differenza che unisce

Supermercato, la sera poco prima della chiusura. La fretta sbrigativa degli ultimi acquisti. «Ho preso le fette biscottate. Le solite, quelle integrali». «Noo! Io mangio quelle ai cereali; non le rustiche e nemmeno quelle al malto. Quante volte te lo devo dire?». «Dài, è tardi, ormai stiamo alla cassa, non perdiamo la fila. Che vuoi che sia, l'una o l'altra…». «Ma vuoi scherzare? Adesso torni indietro e vai a cambiarle». 
All'uscita, ti accompagna l'ultimo sbuffo di calore, mentre l'aria gelida aggredisce il naso e le orecchie. Nella penombra, quel solito rompiscatole negro - sì, proprio negro - macina la sua incomprensibile cantilena: una monetina per lavare il tuo senso di colpa, in fondo si potrebbe fare. «No, non ci casco. Non mi fa né caldo né freddo. Mi è del tutto indifferente».

Abbiamo un problema con le differenze: stiamo diventando intransigenti con quelle piccole, al limite dell'intolleranza, e agnostici con quelle grandi, al limite dell'indifferenza. 
«Ma tu hai ancora sempre lo stesso gestore telefonico? Io non potrei mai e poi mai tornare indietro, non lo cambierei per tutto l'oro del mondo! Che c'entra, con le ragazze è un'altra cosa… Le donne sono tutte uguali!». 
«Non tradirei mai e poi mai la mia squadra del cuore! Dài, lascia perdere, alla mia compagna sono abbastanza spesso fedele…».
«Sono contro gli Ogm, la natura non si tocca e alle multinazionali si deve mettere un limite insuperabile, ma la donazione di embrioni e l'utero in affitto sono un'altra cosa. Non sarai per caso contro il progresso?».
«Io preferisco un caffè in vetro, macchiato caldo, mi dispiace, me lo può rifare? Sì, andiamo fuori quando c'è di mezzo un ponte. Le feste, in fondo, sono tutte uguali».
«Nessun cane è assolutamente paragonabile a un setter inglese, non c'è partita con gli altri… Guarda quel bambino che sta chiedendo l'elemosina: non sopporto per nulla questi mocciosi luridi agli angoli delle strade».
 
Sulle differenze piccole non siamo disposti ad arretrare di un millimetro, ma ormai abbiamo lasciato andare al loro destino le differenze grandi. A pensarci bene, sono due modi opposti di rivendicare un potere assoluto sul mondo che ci circonda: vorremmo trasformare, in modo arbitrario e insindacabile, il perimetro delle nostre preferenze in un mondo sublime, azzerando tutto il resto in una indistinta irrilevanza. Crediamo che il vero potere consista proprio nel capovolgere ogni gerarchia: posso parlare per ore (magari in orario di lavoro) del mio stupidissimo hobby, come se fosse la cosa più importante del mondo; posso ostentare indifferenza, snobbando tutto il resto («I partiti sono tutti uguali, i preti sono pedofili, ricchezza e povertà ci sono sempre state, la guerra è inevitabile, la pace non ci sarà mai…»). Dentro le nostre piccole tribù, abbiamo bisogno di idiozie per distinguerci, mentre fra una tribù e l'altra i ponti stanno crollando.

Il Natale, rispetto a questo stato di cose, è l'evento più sovversivo che si possa immaginare: l'eterno entra nel tempo, il divino si fa umano, l'infinito abita il quotidiano. Mentre noi continuiamo a fabbricare differenze fasulle e a profanare differenze genuine, usando le une e le altre per dividere il nostro ego dal resto del mondo, solo la Differenza infinita, entrando nella storia nella forma umanamente più povera e del tutto improbabile, può unire tutti davvero, ristabilendo una fraternità calpestata e rimossa.
Purché però siamo disposti a superare lo "scandalo", cioè quella pietra d'inciampo, che noi stessi ci mettiamo davanti, ponendo l'asticella della fede al livello che più ci piace, al di sopra del quale perbenismo ipocrita e nazionalismo becero impediscono d'innalzarsi.

Scrive Kierkegaard: «Che il genere umano sia o debba essere affine a Dio, è vecchio paganesimo; ma che un uomo singolo sia Dio, è Cristianesimo, e questo singolo uomo è l’Uomo-Dio. Né in cielo, né in terra, né all’inferno, né nelle aberrazioni del pensiero piú fantastico c'è, umanamente parlando, la possibilità di una composizione più pazzesca» (Esercizio del Cristianesimo, Studium, Roma 1971, p. 142).

Un Natale meno indolore di come lo vorremmo ci costringe a misurarci con questa follia: Cristo come Uomo-Dio «è il paradosso che la storia non potrà mai digerire» (p. 92). Per questo, «la possibilità dello scandalo rispetto a Cristo in quanto Uomo-Dio sussisterà sino alla fine dei secoli. Se si toglie la possibilità di questo scandalo, si sopprime anche Cristo, lo si trasforma in qualcosa di diverso da ciò ch'egli è, il segno di scandalo e l'oggetto di fede» (p. 153).

Auguro a tutti i miei lettori un Natale di luce e un nuovo anno di bene!

domenica 16 dicembre 2018

Quale SILENZIO

Il 27 novembre scorso la sonda Insight della Nasa, partita il 5 maggio, si è posata su Marte, dopo aver percorso 460 milioni di chilometri. Rispetto agli altri 15 veicoli che hanno toccato il suolo del pianeta rosso dal 1971, Insight avrà energia sufficiente per compiere importanti esplorazioni, grazie anche a strumenti italiani. Oltre a scattare delle foto, è stato registrato anche il suono del vento su Marte: un fruscio emozionante, che dà le vertigini. Oltre questo "minuscolo" spazio interplanetario, che comprende il sole e i pianeti del sistema solare, si estende uno sconfinato spazio intergalattico, fra giganteschi ammassi composti da circa 15.000 galassie. Quel fruscio non è banale.
Se tuttavia una sonda marziana avesse fatto un viaggio al contrario e fosse arrivata il 27 novembre sul nostro piccolo pianeta, avrebbe registrato ben altri rumori di fondo: il fracasso assordante del traffico delle metropoli - il brontolio ora grave ora acuto dei motori, ma anche l'impertinenza petulante dei clacson; il crepitare improvviso delle armi e i lamenti dei feriti; le parole degli uomini di potere - un mix di arroganza presuntuosa e di demagogia viscida. Non solo questo, per fortuna: anche la denuncia vibrante del profeta che leva la sua voce nel deserto contro le ingiustizie degli uomini. 
Se il sistema di rilevazione fosse in grado di azzerare questo frastuono insolente, allora non sarebbe difficile udire toni più morbidi e discreti: la mamma che culla il suo bimbo, sussurrandogli la ninnananna di sempre; il figlio che veglia la mamma malata e ha imparato a restituirle parole lievi e pietose di consolazione; il vecchio prigioniero nella sua demenza, che ripete all'infinito la solita litania insensata e inascoltata; il povero che bisbiglia le parole logore e stanche dell'elemosina. Non solo questo, purtroppo: anche le parole della corruzione, appena accennate a mezza bocca, astutamente ammantate di ipocrisia perbenista.
Se poi fosse possibile neutralizzare anche questi sussurri di umanità pietosa e discreta, resterebbe un silenzio di fondo, ben più arduo da decifrare di quello che avvolge lo spazio siderale. Perché c'è un silenzio buono, fatto di ascolto attento e partecipe, di dedizione gratuita, di contemplazione del mistero che ci accoglie e ci sovrasta. Ma c'è anche un silenzio cattivo, che non è solo il mutismo imbronciato del bambino, ma anche il frutto impassibile del disprezzo, della soppressione della parola, della rottura di ogni  reciprocità. C'è un silenzio che nasce da un eccesso di senso, che educa all'umiltà dell'adorazione; c'è un silenzio che nasce da un deficit di senso, che incattivisce l'indifferenza fino alla crudeltà.
La via verso il silenzio buono passa attraverso parole pulite, ascolti accoglienti, sorrisi genuini. Forse abbiamo bisogno di una ecologia della parola per rendere ancor più credibile ed efficace il nostro impegno - legittimo, sacrosanto - per il rispetto dell'ambiente. Non è però solo l'equilibrio precario della biosfera ad avvicinarsi rapidamente a un punto irreversibile di rottura; è anche il mondo della logosfera a conoscere un tasso di avvelenamento ancor più devastante. La parola, questa merce unica e deteriorabile, con la quale gli umani compongono e scompongono la trama delle relazioni, è oggi sottoposta a una violenza inaudita e pervasiva, che logora, distorce, capovolge il senso; trasforma lo scambio in aggressione, l'incontro in scontro, il dialogo in monologo; fa terra bruciata attorno a noi, avvelena i pozzi del dibattito pubblico, profana la verginità dello stupore.
Come scrive David Le Breton, «la parola è un filo sottilissimo che vibra sopra l'immensità del silenzio» (Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo, Cortina 2018, p. 25). Per questo, «l'immensità del silenzio circoscrive ogni scritto, ogni affermazione, l'intera esistenza dell'uomo, lasciandogli la possibilità di compiere un proprio percorso interiore lungo una riva che non ha inizio né fine… il silenzio ha sempre l'ultima parola» (p. 263). 
Forse, il primo passo per bonificare i nostri discorsi avvelenati e il nostro parlare compulsivo è aumentare la "punteggiatura del silenzio"; solo quando comincerà a scendere la marea delle parole ostili e infette in cui rischiamo di annegare, riappariranno i volti e si potrà tornare a sorridere.
 

venerdì 7 dicembre 2018

VITA dell'autunno, AUTUNNO della vita

Un mattino qualunque, di una giornata qualunque. Fredda, piovosa. Insignificante per chi sta andando al lavoro, di fretta come sempre. Chiuso nei propri pensieri, trafficando con smartphone e autoradio. Il tepore dell'auto che si sta riscaldando aumenta la percezione di un isolamento privilegiato. L'inverno è ormai alle porte, fuori. Folate di vento scuotono gli alberi lungo la strada, strappano le ultime foglie, che s'involano in mulinelli sbilenchi e frenetici, sparpagliandosi rapidamente a terra. Dietro una curva, compare all'improvviso una foglia isolata, staccatasi da un pioppo o da un platano, chissà; svolazza nell'aria, sfiora il tergicristallo, riceve una spinta inattesa verso l'alto. La vedo dallo specchietto, mentre atterra pigra e ciondolante sull'asfalto bagnato. Non farà in tempo a sgretolarsi, polverizzandosi fra le zolle umide dei campi. Dietro di me arriverà un'altra auto, e poi un'altra ancora: uno schiacciamento dopo l'altro, deciso e inesorabile, e di quella preziosa velatura accartocciata di colori - unicità irripetibile fra i miliardi di foglie tornate alla terra dall'inizio di tutti i tempi - non rimarrà che una poltiglia grigiastra. Insignificante e sconosciuta per tutte le auto che sfrecciano rabbiose su quel tratto d'asfalto.
Eppure, quell'evento impercettibile e scontato - così normale e insieme così eccezionale - resta infisso come un unicum nella storia dell'universo. Eternamente vero. Tutto ciò che accade, nella sua singolarità assoluta, non potrà mai più ripetersi, nello stesso tempo e nello stesso modo. Niente e nessuno potrà mai disfarlo, riavvolgere indietro il film del divenire e riattaccare quella foglia al ramo da cui proveniva. Nessun evento - nemmeno il più minuscolo e insignificante nello sconfinato ciclo vitale della natura - potrà essere mai azzerato. Ignorato, ma non azzerato.
In questo senso, tutto ciò che accade, accade per l'eternità: proprio tutto, non solo le guerre di Napoleone, ma anche i sorrisi dei bambini, le lacrime degli adolescenti, le umiliazioni dei vecchi, così come il bramito di un cervo o lo stormire delle fronde. Accorgersi di questo, per gli umani, significa affacciarsi su un universo che dà le vertigini; significa essere testimoni dell'eterno. Testimoni accidentali, non padroni assoluti. L'eternità che "raccoglie" il tempo che passa, che garantisce e salva anche l'evento minimo - nella nostra scala di giudizio del tutto trascurabile e praticamente prossimo allo zero - non può che essere il nome infinito di Dio. Quella foglia, quell'unica foglia che ha sfiorato il parabrezza della mia auto, è caduta davanti a me, ma "è accaduta" davanti a Qualcuno. 
Nella nostra frenesia dannatamente disattenta - oggi sempre più nevrotica e autocentrata - ci stiamo perdendo il bello della diretta: il creato continua a raccontarci di una contingenza eternamente indelebile, continua a visitarci ogni momento con il miracolo di una vita che si consuma ma non si perde; che si srotola intorno a noi, tornando ogni volta alla fonte originaria da cui tutto promana.
Il sistema mediatico crede di tenere in pugno ogni nostra giornata, di dettarci l'agenda, di obbligarci a vedere e a ignorare, di suggerirci parole logore e pensieri spenti, dopo averci abbandonato sul binario morto del senso comune, dove tutto è irrisorio e deludente. Eppure, basta una foglia per farci ritrovare il senso di una confidenza originaria con fratello sole e madre terra; per invitarci a camminare con passo lieve e occhi bambini in un universo che non è nostro e che da sempre invita a guardare lontano. 
Forse l'autunno è più vivo di quanto possiamo immaginare: è la nostra vita che sta diventando autunnale.

giovedì 15 novembre 2018

INFINITAMENTE. Lettera a uno studente sull'università

«I giovani sono come le rondini, 
vanno verso la primavera»
(Giorgio La Pira)

Caro studente,

      non lasciarti ingannare da questa parola, inevitabilmente anonima, con la quale ti invito a percorrere un tratto di strada insieme. Ti chiedo di aiutarmi a personalizzarla, riconoscendo anzitutto a questo sostantivo maschile, che trasforma il participio presente del verbo “studiare” in una vera e propria condizione di vita, la possibilità, anche in questo caso, di… farsi in due, assumendo un senso allargato e inclusivo nell’abbracciare anche il femminile. Alla magia delle parole dobbiamo chiedere ancora di più: non solo di attraversare le differenze di genere, ma anche di evocare nomi e volti diversi, in un incrocio di biografie personali lontanissime, eppure tanto vicine…

Il tuo può essere un nome italiano tradizionale, oppure insolito o un po’ difficile da pronunciare. Potresti esserti laureato molti anni fa e aver scritto la tua tesi di laurea con una Olivetti “Lettera 22”, usando veline e carta carbone (oggetto misterioso per i tuoi figli e nipoti); ma puoi essere anche uno studente di oggi: una “matricola”, che si sta affacciando all’università, o anche uno studente delle superiori, che guarda avanti, stando dentro una vita spavalda e incasinata, divisa tra amicizie effimere e smartphone perennemente connesso. Potrai frequentare (o aver frequentato) un corso di studi umanistici, sopportando ogni giorno i sorrisetti di compatimento riservati a chi avrebbe scelto di abitare in un parco archeologico nell’epoca dei big data; oppure puoi frequentare economia, medicina, ingegneria…, ed essere costantemente accompagnato dalla stessa domanda: che cosa si deve fare in questa o quella circostanza?

Potresti avere alle spalle una famiglia benestante, dove nessuno si è mai seduto attorno a un tavolo, prima di iscriverti all’università, per fare la somma di tasse, collegio o camera in affitto, viaggi, mensa e libri; potresti invece provenire da una famiglia che questi conti li ha fatti e rifatti tante volte, e alla fine tuo padre ha alzato gli occhi, sospirando, verso tua madre, ed è stata lei a dargli l’ultima spinta: “Dài, ce la faremo”.

Ma che cosa ho in comune io con tutti gli altri – potresti chiedermi? Sono troppo diversi i nostri mondi vitali, le nostre condizioni di vita, le nostre biografie. E poi, se anche fossero simili, siamo pur sempre esseri unici: a chi stai realmente parlando? Ma questo è esattamente ciò che abbiamo in comune! Hannah Arendt l’ha chiamata «la paradossale pluralità di esseri unici». Su questo sfondo comune, che ci dà la possibilità di parlarci e, in mezzo a tante difficoltà, anche capirci, tu – sì, proprio tu – condividi con me anche una condizione di vita più specifica: poter essere, essere oggi o essere stato studente universitario. Una condizione che il tempo può allontanare, ma non cancellare del tutto…

Complessità della conoscenza e specializzazione dei saperi sono una sfida, nell’epoca della globalizzazione, anche per l’università: comunità e istituzione deludente e magnifica, impegnata pubblicamente nel compito di trasformare una vocazione in una professione, sulla linea di frontiera fra scienza e saggezza, tradizione e innovazione, autonomia e responsabilità. Il libro, concepito come una lettera rivolta a uno studente o una studentessa non troppo immaginari, suggerisce un percorso tra il serio e l’ironico, intrecciando biografia e riflessione, attraverso cinque verbi fondamentali (incontrare, comprendere, ricercare, comunicare, generare), nel segno di un pensiero critico e di un’apertura d’orizzonti, sempre in bilico tra domande grandi e risposte piccole. InfinitaMente. 

LUIGI ALICI, InfinitaMente. Lettera a uno studente sull’università, EUM, Macerata 2018, pp. 125, € 9.
Per acquisti online, ecco il link all'editrice 

giovedì 1 novembre 2018

DEMOCRAZIA e COMUNICAZIONE al tempo del social media

 
In occasione del 32° anniversario della fondazione del periodico Emmaus, avvenuta il 6 ottobre 1986, la redazione ha organizzato una tavola rotonda sul tema: «La democrazia al tempo dei social media». 
Sono intervenuti Luigi Alici, professore di filosofia dell'Università di Macerata, Marco Tarquinio, direttore di Avvenire e Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata. 
Questa tematica sia più che mai attuale in un epoca di veloce cambiamento dei mass media che in maniera significativa influiscono sull'opinione pubblica, è stata un'opportunità per confrontarsi ed "abbattere muri e costruire ponti".
Fonte:
Pubblicato il 29 ott 2018

sabato 27 ottobre 2018

"I CARE" o "ME NE FREGO": italiani al bivio

"Il suddito ideale del regime totalitario - ha scritto Hannah Arendt nella sua grande opera sulle Origini del totalitarismo - non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più". Quest'affermazione, ricordata anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel Giorno della Memoria del 2017, riassume efficacemente il senso del mio ultimo post (Quando il mondo vero diventa favola), che ora vorrei riprendere e sviluppare. Una esemplificazione efficace di questo esito è quella che Sartre ricorda nella sua Critica della ragione dialettica: «La metropolitana di Budapest era reale nella testa di Rákosi; se il sottosuolo di Budapest non permetteva di costruirla, ciò significava che il sottosuolo di Budapest era controrivoluzionario». Insomma, l'ideologia diventa veramente totalitaria quando pretende di prendere il posto della realtà; se la realtà non si adatta all'ideologia, tanto peggio per la realtà.
Non dobbiamo attribuire questi effetti solo ai vecchi totalitarismi dittatoriali e armati, espressione di ideologie perseguite in modo intenzionale e pianificato; possono esserci forme nuove di "dispotismo morbido", certamente meno sanguinose ma non meno violente e temibili. Il mondo cambia, cambiano di conseguenze le forme - non l'essenza - del bene e del male. La scala è la medesima, ai suoi estremi troviamo sempre dedizione e aggressione, dono e accaparramento, pace e violenza, altruismo ed egoismo. Anche la tentazione mistificante di stravolgere la scala o negarne uno dei due estremi continua ad essere la stessa. Abbiamo però forme più sofisticate di entrare in questo gioco mortale, che prevede anche il gesto estremo di scambiare vero e falso: la tecnica e il sistema mediatico ce ne offrono varianti innumerevoli. L'influencer che campa creando fake news (per motivi di marketing o di propaganda politica…), veicolandole attraverso falsi profili per produrre un effetto valanga, ne è solo la versione artigianale (ma non meno odiosa). Quando invece è la lotta politica a seguire queste strade (con ben altre risorse e ben altri metodi), siamo in presenza di inquietanti esercizi di totalitarismo. Il primo passo è sempre fabbricare il nemico e costruire una realtà inesistente.
Ammettiamo, per pura ipotesi (?), che Trump e Putin si trovino d'accordo  su questo piccolo particolare: destabilizzare la Comunità europea, perché sarebbe un interlocutore troppo importante e troppo autonomo con la Cina. Questo disegno inconfessabile potrebbe essere perseguito solo per vie oblique: ad esempio, inondando l'opinione pubblica di false notizie. Quando, tra qualche anno, la distanza storica ci consentirà di ricostruire il fenomeno della cosiddetta Brexit, che ha separato come una meteora (lasciando una scia sempre più grande di pentiti) il Regno Unito dall'Europa, potremmo avere la conferma di molti sospetti. Del resto, il fenomeno non è nuovo. Attendiamo ancora scuse ufficiali, dopo che il generale Colin Powell e l'allora Presidente degli Stati Uniti George Bush hanno umiliato l'ONU e il mondo intero, esibendo prove di armi irachene di distruzione di massa mai esistite, e innescando una guerra sanguinosa, che continua ancora a rilasciare frutti avvelenati in Medio Oriente.
Può accadere, però, che questa tentazione non sia frutto di una strategia orchestrata a tavolino, ma si faccia strada in forme striscianti, spesso inizialmente sprovvedute e ingenue; come quando si vuole difendere a ogni costo le proprie idee, soprattutto se i riscontri del mondo reale sono tutti di segno contrario.
Il gesto vergognoso dell'europarlamentare leghista Angelo Ciocca, il quale si è tolto una scarpa per pestare e sporcare le carte del Commissario agli Affari europei Pierre Moscovici, al termine della sua conferenza stampa dedicata all'Italia - episodio, per quanto mi consta, non condannato dal suo partito - è il punto di arrivo di una escalation becera e violenta, che sta trasformando la legittima autodifesa di un governo legittimamente eletto in una sistematica e incomprensibile distorsione e perfino negazione della realtà. 
Immaginare che Ufficio parlamentare di bilancio, Banca d’Italia, Fmi, Bce, agenzie di rating… siano l'espressione di una strategia coordinata, ottusa e ostile contro l'Italia e non il risultato di una convergenza di valutazioni su dati univoci, può avere senso solo fabbricando una realtà inesistente e battezzandola con il nome di sempre, all'origine di ogni scontro: IL NEMICO. In ultima analisi, ogni interlocutore in disaccordo diventa un nemico del popolo, anche se vaccinazioni, aerei che volano e conti che tornano possono funzionare senza dover passare necessariamente attraverso un vaglio elettorale.
Coerentemente la Commissione europea diventa un altro covo di nemici da irridere pubblicamente, in nome di una contrapposizione fasulla fra il popolo italiano e un'istituzione ostile. Non si riconosce più, a questo punto, che la Commissione europea è il prodotto di un accordo fra tanti popoli, che hanno liberamente sottoscritto un patto e delegato una istituzione terza a farlo rispettare, per mettere fine a quella bazzecola rappresentata da due guerre mondiali, entrambe figlie di nazionalismi che oggi cerchiamo di occultare chiamandoli sovranismi. Possiamo criticare una linea politica con argomenti convincenti e aperti al dibattito pubblico, ma non screditare le autorità legittimate a rappresentare quella linea e farla rispettare. Vorrei dire all'europarlamentare Ciocca che quella scarpa l'ha data in testa a tutti i popoli europei, inclusi gli italiani, che hanno l'onore e l'onere di essere tra i Paesi fondatori dell'Europa.
Su questo piano inclinato si può facilmente e rapidamente fare un bel falò delle relazioni di amicizia con altri popoli europei, dimenticando che in un'ottica sovranista persino i tuoi presunti amici saranno alla fine i veri nemici. L'invito del cancelliere austriaco Sebastian Kurz a bocciare la manovra italiana o le critiche dello stesso segno dell'estrema destra tedesca ne sono un esempio eloquente. Quando lo spazio pubblico è ridotto a una prateria, non pensiamo che il leone possa fermarsi davanti alla gazzella azzoppata.
Lo slogan fascista "Me ne frego" rappresenta purtroppo molto bene questo atteggiamento, verso il quale il M5S sta forse scivolando, più o meno consapevolmente, e che invece il leader leghista sembra incarnare in modo convinto e irresponsabile. Alla fine, però, complottismo e sovranismo possono diventare due facce di una medesima medaglia, fatta di strafottenza, presunzione e faciloneria; un atteggiamento che non ascolta e non dialoga; che sogna di compattare gli egoismi, trasformandoli in una comunità blindata contro un nemico esterno. In questo modo si finisce per seppellire il vero "made in Italy", che non è quello della scarpa di Ciocca, ma di un'intera storia, plurale e civile, di dedizione, collaborazione, rispetto, competenza. In una parola, "I care": questo è, probabilmente, il nostro vero "made in Italy".
Il "Me ne frego" vuole fare di ogni erba un fascio, sbeffeggiando, criminalizzando e soffocando ogni voce alternativa, ogni esperienza di generosa tessitura civile, di intelligente progettualità nella ricerca, di onesta creatività imprenditoriale. Nel grande falò in cui far ardere queste forme di "I care" potrebbero alla fine bruciare molte altre cose: la nostra storia di civiltà, la nostra collocazione internazionale e perfino i nostri risparmi. Purtroppo la partita è vitale e il tempo sta per scadere. È brutto svegliarsi al mattino e accorgersi che è notte fonda. Oltre un certo punto, arrivano le rapide.

giovedì 25 ottobre 2018

PACE nella CITTA': attualità di Agostino

Intervento alla X Edizione 2018 della Scuola estiva internazionale di alta formazione filosofica (International summer school of higher education in philosophy, École d’été internationale en philosophie) “Metafore: figure dell'alterità”, fondata da Elio Matassi - Castelsardo (Sassari).
Nel libro XIX del Civitate Dei di Agostino sono individuati, quasi nella forma di cerchi concentrici, i diversi ambiti attraverso i quali si realizza, si sperimenta, si mette in pericolo e si può redimere la relazione tra le persone: la casa, domus, la citta, urbs, la terra, orbis, e l’universo, mundus. Agostino prima mette in luce i conflitti che attraversano queste dimensioni, conflitti di natura istituzionale, culturale e morale, per poi, con un cambiamento di prospettiva, evocare la pace come un dato costitutivo che attraversa il creato e che tuttavia è affidato a fragile libertà delle persone.



venerdì 19 ottobre 2018

Quando il mondo VERO diventa FAVOLA

"C'era una volta" è la formula magica con quale, non solo per i bambini, si sospende il film della vita e si apre un sipario di teatro su un mondo che non c'è. Tutti abbiamo bisogno di parentesi, anche se non tutte le parentesi sono uguali: la fiaba autentica non è quella che viene raccontata contro la vita; al contrario, è quella che riesce a dialogare con la vita. Non è una fuga, ma una deviazione temporanea, che ci fa scoprire paesaggi sorprendenti e magari ci aiuta a rimetterci in carreggiata con un insegnamento importante, che potrà aiutarci nei tornanti più difficile del viaggio. 
Quando Nietzsche nel suo Crepuscolo degli idoli ha preteso di spiegarci «come il mondo vero alla fine è diventato favola», non intendeva niente di tutto questo e non si riferiva minimamente a un mondo bambino: pensava piuttosto a un mondo divenuto "umano troppo umano", cioè così adulto da ritenere che la propria volontà di potenza non fosse più compatibile con l'esistenza di un Creatore. Morte di Dio e nascita del superuomo vanno di pari passo. La volontà di potenza non si esercita dinanzi a un mondo preesistente, ma lo crea dal nulla, proprio come Dio.
Probabilmente Nietzsche non avrebbe mai immaginato - e certamente non avrebbe condiviso - che questo scenario titanico e sofferto sarebbe stato letteralmente comprato dalla società dei consumi e alla fine trasformato in una barzelletta. Altro che superuomo! Sulla scena vediamo solo nanetti spensierati e disinvolti che danzano nel vuoto, additando draghi cattivi dai quali sarebbero gli unici a poterci difendere. 
La favola che prende il posto della vita è un problema per la vita. L'intero assetto dell'esistenza, fatto di responsabilità condivise, di un cammino sofferto e glorioso, segnato dal dono di una tradizione e aperto al dovere di una restituzione, viene totalmente sconfigurato, proprio come un computer in cui non ci raccapezziamo più. Con la differenza non piccola, però, che una macchina si può resettare, la storia no. Fare e disfare sono i due movimenti coordinati che consentono all'umanità di avere una storia; quando nel corso dei secoli abbiamo fatto progressi importanti (tre passi avanti e due indietro, d'accordo), è perché il lavoro di "cuci e scuci" è stato sempre frutto di un gioco di squadra: si abolisce la schiavitù riconoscendo il valore dell'uguaglianza, si contrasta la povertà riconoscendo il valore della giustizia, si combattono i totalitarismi difendendo diritti e democrazia…
Quando è il mondo, invece, ad essere diventato una favola, tutto cambia radicalmente e il fare, paradossalmente, coincide con il disfare: la vita vera è sospesa, la storia è adesso, i nemici sono sempre esterni, i salvatori della patria sono sempre investiti di superpoteri. I piccoli mortali che in poltrona credono di assistere a una puntata spettacolare di Star Wars non hanno nulla da temere: l'importante è che stiano ben chiusi in casa e non facciano entrare sconosciuti, prima o poi verrà il momento magico della vittoria e da allora tutti vivranno felici e contenti. Semmai, se il drago è davvero cattivo, l'eroe avrà bisogno di qualche arma speciale in più; diamogliela pure, ne farà buon uso e poi, alla fine, la seppellirà insieme ai cadaveri dei nemici.
Nel frattempo i ponti crollano, le liste d'attesa agli ospedali sono intollerabili, nelle scuole materne ci sono bambini di serie A e di serie B, i giovani non trovano lavoro, le carceri scoppiano, le città sono sommerse da rifiuti, i nostri risparmi ci sono e non ci sono; droga, bustarelle e insofferenza per le regole sono sempre parte integrante del "made in Italy". Contemporaneamente, tra le pieghe del sociale, mimetizzate in piccoli ecosistemi generativi, fioriscono associazioni di volontariato e nascono imprese benefit; la cura delle fragilità conosce forme di dedizione competenti ed eroiche,  paesi spopolati si trasformano in laboratori esemplari di accoglienza, la ricerca produce risultati sorprendenti senza le montagne di soldi che si potrebbero avere altrove.
Nelle favole si fronteggiano eroi e geni del male, nella vita il buono e il cattivo sono sempre mescolati. Prima di tutto, dentro di noi. Questo è il punto: se vogliamo uscire da questo stallo infernale sull'orlo del precipizio, dobbiamo tornare protagonisti, riconoscendo onestamente, come primo passo, le nostre responsabilità: in parole, opere e omissioni. Usciamo dal teatro: davanti alla porta di casa troveremmo già molto da fare. Parlando con il nostro vicino, poi, si potrebbe aprire un mondo. Quello vero.

sabato 22 settembre 2018

Il PD: il TUNNEL in fondo alla LUCE?

L'ultimo post, sull'attuale governo dopo la tragedia di Genova, ha avuto un numero di lettori superiore a ogni aspettativa: molti consensi, qualche accusa di unilateralità. L'analisi resterebbe unilaterale (ma comunque fondata, a mio avviso) se il discorso non provasse a spostarsi sul fronte dell'opposizione. Lascerei perdere quel che resta di Forza Italia, semplicemente perché non è seria una forza politica che sbraita contro il governo, restando alleata quasi ovunque, a vari livelli (comunale, provinciale e soprattutto regionale) con quella Lega che è una forza governativa di primo piano. Lascerei perdere anche i cespugli a sinistra del PD, dove continuano a recintare orti e orticelli solo per piantarvi una bandierina. 
C'è, invece, a mio avviso un serio problema che riguarda il presente del Partito Democratico come forza di opposizione e il suo futuro come forza di governo, che allo stato attuale mi porterebbe provocatoriamente a capovolgere il luogo comune della luce in fondo al tunnel. Tutte le schermaglie di questo giorni appaiono francamente piccole battaglie di retroguardia, che coprono (nemmeno tanto) operazioni personalistiche di bassa cucina. Non serve a nulla sciogliersi, rifondarsi, cambiare nome, cambiare leadership, se nessuno ci spiega, in modo chiaro e convincente, per fare che cosa.
La crisi del PD è figlia di un processo complesso che sarebbe ingiusto semplificare; d'altra parte, la complessità non può essere nemmeno usata come alibi per lasciarsi paralizzare nell'inerzia.
Per dirlo nel modo più semplice possibile, spero non banale, personalmente ritengo che al PD sia mancata progressivamente una vera, onesta, condivisa e decente ELABORAZIONE POLITICA. La politica senza elaborazione è pura gestione del potere, l'elaborazione senza politica uno svago salottiero e inconcludente. Elaborare politicamente significa essere capaci di sintesi partecipate e generative, che nascono solo dalla capacità di ascoltare, intercettare, riconoscere, mettersi in discussione, dare corpo a un progetto praticabile, grazie al quale è possibile spostare sempre più in alto l'asticella del bene comune.
Certamente l'elaborazione politica è anche questione di leadership, di organizzazione, di alleanze, di passaggi congressuali, di ipotesi di scioglimento e via discorrendo. Ma questi sono corollari e illudersi che basti una efficace operazione cosmetica e di marketing, sopra un agnosticismo di fondo circa il progetto politico, magari abilmente mimetizzato dai soliti slogan, a mio avviso è un'operazione semplicemente suicida.

Che cosa dovrebbe venire prima? Qui vorrei limitarmi a tre questioni:
1. Solidarietà. È indispensabile un giudizio sulle disuguaglianze crescenti e una proposta coraggiosa e non indolore per superarle. Disuguaglianza, come ci ha insegnato anche Walzer, parlando di "Sfere di giustizia", vuol dire molte cose: la prima riguarda il riconoscimento di una solidarietà partecipativa, che metta in primo piano i beni relazionali rispetto ai diritti individuali. Se sinistra vuol dire ancora qualcosa… La deriva che ha portato il PD a diventare un "partito radicale di massa" lo ha allontanato sempre più dai luoghi e dalle forme di relazione dove si tesse la trama dell'appartenenza civile, del lavoro, del welfare, della ricerca oppure, al contrario, si ordiscono le trame dell'esclusione, delle povertà, dello scarto… Sono tutti più o meno bravi a fare un elenco di provvedimenti: si tratta di capire, però, se la politica deve offrire a soggetti atomisticamente isolati un paniere di preferenze individuali, o deve veicolare l'idea di un'avventura condivisa di edificazione del bene comune, che riconosce, asseconda e promuove spazi di reciprocità cooperativa e di giustizia sociale. Si potranno avanzare proposte di volta in volta interessanti, ma è essenziale, prima di ogni altra cosa, metterle dentro la cornice giusta.
2. Immigrazione. Chi segue questo blog conosce il mio pensiero, che qui non ho bisogno di richiamare; spero per questo di non essere frainteso. Sappiamo bene che il fenomeno dell'immigrazione è di una complessità semplicemente spaventosa e nessuna operazione di polizia riuscirà mai a risolverlo (se la storia ci insegna qualcosa); non è nemmeno il caso, però, di illuderci che basti stare dalla parte giusta per averlo risolto. L'accoglienza senza integrazione è un parcheggio, il parcheggio senza un progetto è una bomba sociale. Tenere in strada migliaia di ragazzi, senza un disegno complessivo, condannandoli indirettamente a un ozio istituzionalizzato e scaricando semplicemente il problema sulle comunità di accoglienza, è stato un errore politico imperdonabile: ha esposto molti ragazzi a giri di piccola e grande malavita organizzata (spesso cinicamente in mano a un racket mafioso e italianissimo…), aumentando il disorientamente e alla fine la rabbia della gente. Andare alle elezioni europee, senza un vero progetto in questa direzione, significa semplicemente essere i migliori alleati di Salvini.
3. Rapporto con il mondo cattolico. È impensabile continuare ad andare avanti così, scaricando il peso delle ingiustizie sociali, delle marginalità, dell'immigrazione sul mondo del volontariato, in larghissima misura gestito dall'associazionismo cattolico, e nello stesso tempo continuare a trattare a pesci in faccia questo mondo, facendo leggi (non di iniziativa parlamentare, si badi bene, ma espressione diretta di una linea di governo) che un cattolico onesto difficilmente potrà accettare. Traduco la questione, in sé piuttosto complessa, con una semplice domanda che rivolgerei alla classe dirigente del PD: secondo voi, la famiglia è di destra? Negli ultimi anni abbiamo avuto l'impressione nettissima che gran parte di quella classe dirigente fosse intimamente convinta di sì. Il risultato è paradossale: la politica della famiglia ormai è stata presa in carico da forze di estrema destra, che non hanno la minima credibilità in questo campo. Si appellano a una identità cristiana senza amore e difendono la famiglia senza accettare il valore di una società fraterna!
Un'ultima riflessione vorrei farla sulla classe dirigente del partito, a cominciare dal suo segretario uscente (?): secondo me, Matteo Renzi con una mano ha fatto molto, ma con l'altra mano ha disfatto molto più di quanto aveva fatto. Basterebbe ricordare, da un lato, il processo che ha portato all'elezione di Mattarella a Presidente della Repubblica per fargli perdonare molte cose; sull'altro fronte, però, è difficile perdonargliene molte altre, a cominciare dall'incapacità (o dal rifiuto) di attivare dinamiche inclusive (persino Enrico Letta avrebbe dato fastidio in Europa, al posto della Mogherini), favorendo la nascita di una classe dirigente plurale, competente e cooperativa. Un politico che si circorda solo di yes men può essere furbo, ma non è intelligente. Forse, anche l'aver costruito una campagna elettorale su un attacco frontale contro il M5S (dopo aver civettato a lungo con Verdini!), tagliandosi alle spalle tutti i ponti, potrebbe essere stato un errore non da poco: la politica non si fa con il risentimento. Una forza complessa e variegata, ma allo stato nascente, può crescere (o andare indietro) anche a seconda delle alleanze che è costretta a stringere. Ma se il dilettantismo presuntuoso (ahimé insopportabile) di Di Maio ci dà più fastidio della determinazione razzista e postfascista di Salvini, allora forse la miopia politica rasenta la cecità.
L'importante è sempre cercare la luce in fondo al tunnel, non il contrario.

mercoledì 22 agosto 2018

Semplicemente INADEGUATI

È dalla formazione del nuovo governo che ho rimandato a lungo questo post, evitando di assecondare sentimenti che in politica debbono essere tenuti a distanza: dall'antipatia all'irritazione. Avrei voluto aspettare almeno i primi 100 giorni: un periodo di rodaggio non si nega a nessuno. Poi c'è stata l'orrenda tragedia di Genova e alla fine mi sono convinto che non è più possibile tacere. Ci sono dei momenti, nella vita pubblica di una comunità, che ne mettono alla prova la tenuta civile e che equivalgono per la classe dirigente a una specie di "collaudo", proprio come si dovrebbe fare per un ponte. Momenti nei quali il dolore, lo smarrimento, il lutto, se tenuti lontano dal detonatore micidiale della rabbia, possono trovare un punto di coagulo positivo, trasfigurandosi in un abbraccio ideale. Per carità, c'è un tempo per tacere, piangere e solidarizzare, e un tempo per recriminare, e non è che tra l'uno e l'altro debbano trascorrere secoli. Dinanzi alla morte, soprattutto quando è violenta, ingiusta e incomprensibile, dobbiamo disporci tutti insieme, immediatamente, come intorno a uno spazio sacro - persino laicamente sacro -  e chinare il capo, in silenzio e uniltà, provando a portare ognuno il peso degli altri. 
E invece no: i due vicepremier tuttologi Salvini e Di Maio, cioè l'intero governo della Repubblica (il resto è folclore), non hanno resistito alla tentazione di straparlare, profanando persino la zona di rispetto dinanzi alla morte e trasformandola in un palco, anzi in una passerella, condita da selfie e interviste a raffica (ma questa gente conosce la differenza tra dichiarare e lavorare?). Ripensando, ad esempio, all'attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003, in cui persero la vita 19 italiani e 9 iracheni, e ricordando la compostezza di un intero popolo che si strinse attorno ai nostri carabinieri e militari, non possiamo non chiederci: ma quanti secoli sono passati?
No, non si può più tacere. So bene che parlare di Di Maio e di Salvini dopo il crollo del ponte Morandi, a Genova, significa fare il loro gioco, ma è ora di cominciare a dire che il re è nudo. Non intendo dare un giudizio sulle persone (chi potrebbe farlo?), ma una valutazione politica si può e si deve esprimere. La storia mette spesso alla prova una classe dirigente, ma in alcuni casi la sentenza è quasi senza appello. Dal mio punto di vista, Di Maio e Salvini hanno avuto - forse troppo presto - la loro prova del fuoco e l'hanno persa. In questo momento, senza infierire né offendere, semplicemente verrebbe da dire: "Questi ragazzi sono inadeguati".
Mi sono posto più volte, durante l'ultima campagna elettorale, la domanda: In politica è peggio la disonestà o l'incompetenza? Lo so che un dilemma secco come questo in natura non esiste, ma se si dovesse scegliere, che fare? Negli ultimi mesi sto provando a darmi questa risposta: in alcuni casi l'incompetenza è anche disonesta, soprattutto quando non riconosce i propri limiti, nascondendoli sotto il velo - sottile sottile - della presunzione e della irresponsabilità, e rifiutando per questo di farsi aiutare dalle persone giuste.
A Genova l'incompetenza, anzitutto, ha risuscitato un fantasma che pensavamo da tempo di aver chiuso in qualche armadio: il processo politico. Sì, perché sentire un governo che ignora la divisione dei poteri, pietra miliare della democrazia moderna, fa semplicemente rabbrividire. Fa rabbrividire il potere esecutivo che diventa giudiziario, pretendendo di mettere alla gogna i colpevoli di una disastro a prescindere dall'accertamento delle cause, perché i tempi della giustizia sono troppo lunghi e perché questo chiedono i morti di Genova (affermazione, se possibile, ancora più grave). La politica dovrebbe dotare la magistratura di risorse che ne facilitino e accelerino le procedure, non sostituirsi ad essa!
Alla faccia della magistratura, ma anche alla faccia dei mercati. In questi giorni si sta giudicando insufficiente il piano di 500 milioni messo in campo da Atlantia, la società che controlla Autostrade per l'Italia, ma si dimentica che dopo le dichiarazioni estemporanee e irresponsabili dei due vicepremier la stessa società ha perso in due giorni, come ha rilevato anche Ilsole24ore, qualcosa come 5,39 miliardi!!! Lascio da parte ogni giudizio sulla cosiddetta "Salva Benetton", che Salvini si è ricordato un po' tardi di aver votato (guarda caso, solo dopo che l'opposizione glielo ha rinfacciato).
In questi casi l'incompetenza fa davvero più danni della disonestà, avallando (spero inconsapevolmente) una visione totalitaria della politica, che la pone al di sopra di tutto: 
- altri poteri dello Stato, come quello legislativo e giudiziario: scegliendo di volta in volta quando servono e quando non servono;
- scienziati: siano essi medici che raccomandano i vaccini, economisti che vorrebbero tenere in ordine i conti dell'Inps, ingegneri e via discorrendo;
- Istituzioni europee: affermando a parole di volerle rispettare, ma nello stesso tempo remando contro per affossarle;
- società concessionarie (non solo Autostrade per l'Italia): ad esempio la Rai, decidendo se una votazione contraria della vigilanza sia accettabile o meno;
- religione, sì persino la religione: arrogandosi il diritto di salvare alcune pagine del Vangelo e cestinare le altre (quasi tutte….);
- cittadini (vivi e morti): autoproclamandosi unici interpreti legittimi del popolo, e per questo depositari di una delega in bianco.
Francamente era inimmaginabile un rigurgito così sfacciato di partitocrazia, impegnata in una occupazione sistematica dello Stato e della società civile. Forse non c'è una strategia ideologica dietro tutto questo; forse si tratta solo di inesperienza, mascherata di false sicurezze e smascherata da un continuo andirivieni di dichiarazioni avventate e di altrettanto rapidi dietrofront. Si può un giorno annunciare l'impeachment per il Presidente della Repubblica e il giorno dopo comportarsi come se nulla fosse stato. Suppongo che anche l'intento di nazionalizzare alcuni servizi pubblici potrebbe fare la stessa fine. Oppure trovare una soluzione di compromesso, come si è fatto sulla vicenda dei vaccini, inventandosi "l'obbligo flessibile", che è la forma più umoristica - se non fosse inquietante - che un governo di inadeguati abbia potuto finora inventarsi.