sabato 20 gennaio 2018

Quando la PACE si dice in molti sensi: attualità di AGOSTINO


L’11 settembre del mondo antico

Alarico, re dei Visigoti, era giunto alle porte di Roma nel novembre del 408. Per due anni la pressione sulla città era stata estenuante. L’imperatore Onorio, sicuro nel suo rifugio di Ravenna, poteva permettersi di negare concessioni politiche, ma la simbologia del potere e soprattutto la vera ricchezza erano ancora concentrate a Roma. Inizialmente il Senato cercò di tacitare gli appetiti di Alarico con un contributo enorme, superiore persino alle spese, già inimmaginabili, destinate ai ludi circensi. Inutilmente: il 24 agosto del 410 le truppe di Alarico entrarono a Roma, scatenandosi in un saccheggio inesorabile. «Tre giorni dopo, quando i barbari lasciarono Roma – scrive Brown –, le statue dorate del Foro erano scomparse ed enormi carichi di piastre d’oro e d’argento erano stati portati via dalla città. Fra le tante altre ricchezze, il loro bottino comprendeva anche la grande cupola d’argento posta da Costantino sulla vasca battesimale adiacente alla basilica Lateranense, pesante da sola una tonnellata di argento massiccio».
In realtà, in quegli anni le ricchezze di Roma erano paradossalmente minacciate da due pericoli opposti, la cui connessione avrebbe avuto effetti devastanti: oltre ai barbari che volevano impadronirsene, c’erano anche i romani convertiti al cristianesimo che volevano disfarsene. Piniano e Melania la Giovane, ad esempio, entrambi appartenenti a famiglie molto facoltose, si erano sposati con il proponimento di dedicarsi a una vita ascetica; la rapida cessione di tutte le loro immense proprietà causò gravi contraccolpi sulla forza lavoro in agricoltura, mentre gli schiavi, che si sentirono pericolosamente abbandonati a loro stessi, entrarono in rivolta. I due eventi alla fine si ricongiunsero, come ci ricorda ancora Brown: «nel 409, una folla di schiavi abbandonò Roma per unirsi all’esercito di Alarico in avvicinamento. Quegli stessi schiavi, tra l’altro, potevano anche essere dei barbari ridotti in schiavitù come prigionieri di guerra, e molti di loro erano Goti, che non tardarono a mettersi sulla “strada della libertà” che portava all’accampamento dei loro connazionali».
In seguito al saccheggio di Roma, gran parte dell’aristocrazia romana si rifugiò in Africa, soprattutto a Cartagine, non solo perché il mare rappresentava una difesa sicura dalle scorribande dei barbari, ma anche perché i loro latifondi più produttivi erano proprio là, in particolare sull’altopiano della Numidia. Gli stessi Piniano e Melania, insieme a sua madre Albina, avevano intrapreso un lungo viaggio che li avrebbe portati in Africa, prima di approdare finalmente a Gerusalemme, nel 417, dove desideravano rivivere il fervore eroico e la povertà assoluta della prima comunità apostolica, ripetendo l’esperienza che era stata di Melania l’Anziana, madre di Albina.
I due episodi – il sacco di Roma e la scelta di povertà radicale dei cristiani convertiti – hanno indubbiamente una rilevanza diversa, soprattutto sotto il profilo politico, ma non se ne deve sottovalutare l’intreccio né l’eco che arriva direttamente al vescovo di Ippona. Cartagine era ormai una città di esuli romani, una sorta di seconda Roma in esilio, dove per un verso la cerchia più aristocratica intendeva recuperare autonomamente quel senso di innata nobiltà che un imperatore ormai troppo lontano non poteva riconoscere e un rozzo devastatore della città eterna non poteva estorcere.
[…]
Il disastro del saccheggio di Roma provoca un fortissimo shock, culturale prima ancora che politico, trasmesso e amplificato ai confini dell’impero, soprattutto in Africa, dalle famiglie benestanti che avevano abbandonato la città, preferendo l’esilio all’insicurezza. Alcuni sermoni, verosimilmente pronunciati dinanzi a profughi romani, curiosi di conoscere l’Autore ormai famoso delle Confessioni, ne offrono una testimonianza eloquente: «Roma è forse qualcosa di diverso dai Romani? Non si tratta di pietre o travi, di isolati altissimi e mura grandiose. Ciò era stato fatto in modo che un giorno sarebbe andato in rovina. L'uomo, quando costruisce, pone pietra su pietra; l'uomo, quando distrugge, rimuove una pietra dopo l'altra. L'uomo lo ha fatto, l'uomo lo ha distrutto. Dire che Roma cade è forse un’ingiuria?». Parole giudicate come eccessivamente severe, al punto che il vescovo ne viene a conoscenza, tornando a parlarne nel sermone per la festa dei santi Pietro e Paolo, del 29 giugno 411: «”
Non ci venga a parlare di Roma”, è stato detto a proposito di me: ”Oh se tacesse riguardo a Roma!”, come se io fossi qui a far della polemica e non piuttosto a pregare il Signore e, sia pure indegnamente, a esortarvi». E non manca il sarcasmo contro l’impotenza degli dèi pagani, che anticipa pagine famose del De civitate Dei: «In qual modo allora avrebbero potuto custodire le vostre case dal momento che non furono in grado di conservare le proprie statue?».
In una certa misura, siamo dinanzi a un evento che può considerarsi come una sorta di “11 settembre” del mondo tardoantico: il caput mundi, baluardo del potere politico e della civiltà giuridica, ritenuto inespugnabile, viene violato e umiliato da “barbari”, nel senso originario del termine: persone che parlano una lingua rozza e primitiva, che non conoscono e non rispettano la legge, che sovvertono i fondamenti della convivenza civile. I “poteri forti”, che ancora resistevano a Roma, cinicamente abituati a scaricare fuori di sé conflitti, tensioni e ingiustizie, come forme di instabilità sociale tipiche di popoli e culture “inferiori”, o addirittura da strumentalizzare per le proprie mire imperialistiche, in ossequio al principio divide et impera, si accorgono che il mondo di colpo era cambiato. E come di solito accade quando mancano le categorie storiche per interpretare la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, monta una reazione sociale in cui la rabbia prende il posto della ragione.

[tratto dall’Introduzione: Quando la pace si dice in molti sensi]


Sommario

Luigi Alici, Quando la pace si dice in molti sensi                                                     5

1. L’11 settembre del mondo antico, 5 - 2. La città di Dio: un’idea che viene da lontano, 15 - 3. «Magnum opus et arduum», 32 - 4. Il libro XIX, 42 - 5. Il messaggio di Agostino, 55 - 5.1. Fede e ricerca, 56 - 5.2. L’essere e il bene, 60 - 5.3. Concordia e vita sociale, 67 - 5.4. Giustizia e amore, 78 - 5.5. La “doppia cittadinanza” del cristiano, 99

Bibliografia                                                                                                                    111
Avvertenza                                                                                                                     120

Agostino, La città di Dio, Libro XIX


I. Il sommo bene: la ricerca dei filosofi in un mondo fragile                            123 
1.1. Il sommo bene e il sommo male, 123 - 1.2. La mappa elaborata da Varrone, 125 - 1.3. Le preferenze di Varrone, 130 - 2. La riduzione a tre scuole filosofiche, 133 - 3.1. Il sommo bene nell’uomo, 135 - 3.2. Vita umana e vita sociale, 138 - 4.1. Sommo bene e vita eterna, 139 - 4.2. Fragilità del bene nella vita mortale, 140 - 4.3. La virtù della temperanza, 142 - 4.4. Le virtù della prudenza, della giustizia e della fortezza, 144 - 4.5. I filosofi e l’infelicità della vita, 147 - 5. Conflittualità nella casa, 150 - 6. Fallibilità della giustizia nella città, 153 - 7. Un mondo diviso dalle lingue e dalle guerre, 156 - 8. Fragilità dell’amicizia, 159 - 9. Amicizia degli angeli o inganno dei demoni?, 161

II. L’ordine della pace: nella creazione 
e nella storia umana                           163

10. La pace nella vita mortale, 163 - 11. La pace nella vita eterna, 164 - 12.1. La pace come aspirazione universale, 166 - 12.2. La pace iniqua dei malvagi, 168 - 12.3. La pace relativa dei corpi, 171 - 13.1. La pace come tranquillità dell’ordine, 173 - 13.2. La natura e il bene, 175 - 14. L’amore della pace, 178 - 15. Schiavitù e peccato, 181 - 16. La pace nella casa, 184 - 17. La pace terrena e le due città, 186 - 18. Le certezze della città di Dio, 190 - 19. Tra otium e negotium, 191 - 20. La pace eterna e perfetta, 194

III. Amore e giustizia: la concordia nella comunità politica e il compimento 
della pace                                                                                                                        195

21.1. La “cosa pubblica” secondo Cicerone, 195 - 21.2. La “cosa pubblica” tra giustizia e ingiustizia, 196 - 22. L’unico, vero Dio, 199 - 23.1. Porfirio: l’oltraggio di Apollo a Cristo, 200 - 23.2. Porfirio: l’oltraggio di Ecate ai cristiani, 202 - 23.3. Un attacco inaccettabile alla fede cristiana, 204 - 23.4. Assurdità del politeismo, 206 - 23. 5. Il vero sacrificio, 208 - 24. La “cosa pubblica” e il primato della concordia, 211 - 25. Vere virtù e vera religione, 212 - 26. La pace comune alle due città, 213 - 27. Pace e beatitudine come sommo bene, 214 - 28. Conflittualità e infelicità come sommo male, 217
Indice dei nomi                                                                                                           219
Indice dei concetti                                                                                                      225 


Agostino, Il libro della pace. La città di Dio, XIX,
a cura di Luigi Alici,
ELS La Scuola, Brescia 2018,
pp. 234, € 17.

lunedì 15 gennaio 2018

I CONFLITTI di VALORE nello spazio PUBBLICO


Con questo volume, che raccoglie i risultati del VII “Colloquio di etica” (Macerata, 19-20 ottobre 2016), il quadro delle questioni affrontate e discusse nei Colloqui precedenti si amplia ulteriormente. Dopo una prima fase, dominata da temi di etica della cura, l’attenzione si è andata progressivamente spostando dalla sfera dei “rapporti corti” a quella dei “rapporti lunghi”, dove le forme dell’abitare e la cura dei conflitti disegnano nuovi e complessi scenari problematici. In tale ampliamento di prospettiva, questo libro intende misurarsi con almeno due paradossi, che oggi sembrano pesare sul presente e sul futuro della convivenza: da un lato, il paradosso dei valori, per un verso intesi come orizzonti di senso alti e moralmente vincolanti, grazie ai quali si plasma il vissuto personale e collettivo (per questo invocati come fonte di ethos condiviso e argine alla logica del più forte), per altro verso ritenuti addirittura un ostacolo sulla via di una coesistenza pacifica; da un altro lato, il paradosso dello spazio pubblico, tradizionalmente considerato come il crocevia aperto e inclusivo in cui prossimità e distanza, “rapporti corti” e “rapporti lunghi” possono trovare un punto di equilibrio nel riconoscimento di un bene che accomuna, e oggi al contrario sospettato di essere ormai un incubatore di conflitti insanabili.

Tali conflitti sono per molti versi una variabile fisiologica nelle crisi congiunturali delle moderne società democratiche, ma possono di fatto degenerare, trasformandosi nell’anticamera di una ostilità dilagante e persino cavalcata da poteri più o meno invisibili, se l’etica pubblica si dichiara per principio incapace di riconoscerli, giudicarli e ordinarli, e se la politica rinuncia a governarli di conseguenza. Il dibattito intorno alla nozione di “spazio pubblico” viene da lontano e nasce da domande che hanno trovato nel pensiero moderno spesso risposte solo parziali e ambivalenti; l’epoca contemporanea si trova a dover gestire tali risposte in molti casi come una eredità ingombrante e tuttavia ineludibile. Molte questioni intorno alla genesi, alla natura, alla “tenuta” civile e istituzionale del “pubblico” si addensano, in effetti, proprio intorno al punto di d’intersezione fra il perimetro del privato e quello del pubblico…



INDICE

Luigi Alici, Invito alla lettura


I. Valori e conflitti

P. Bojanic, Violenza e convivenza. Atti sociali, atti non-sociali (nichtsoziale Akte), azioni negative e a-sociali
G. Fraisse,
Genealogia dell’emancipazione
L. Eusebi,  La colpa e la pena: ripensare la giustizia
F. Falappa, Conflitto e dialogo tra le culture del mondo: una riflessione a partire  da Karl Jaspers
S. Pierosara,
Sfera privata e autonomia personale: valori assoluti o relativi?
P. Monti, Conflitti morali ed etica della riconciliazione: fra deliberazione e danno


II. Prossimità e comunità

F. Botturi, Globalizzazione e istanza di comunità
F. Stoppa, La funzione civile delle istituzioni nella rigenerazione dello spazio pubblico
S. Veluti, An-arché. Note sull’origine plurale dell’agire nel pensiero di R. Schürmann
S. Grigoletto,
Spunti per il superamento del conflitto di valori a partire dal concetto di prossimità
F. Porcheddu, Ripensare il confine. Passando per Nancy



Luigi Alici (a cura di), I conflitti di valore nello spazio pubblico. Tra prossimità e distanza, Aracne, Roma 2017, pp. 161, € 15.

martedì 9 gennaio 2018

Il SENSO, questo sconosciuto

A volte basta davvero un nonnulla: un episodio minimo, insignificante, che si avvicina alla scala dell'infinitamente piccolo, più che a quella dell'infinitamente grande. 
Una banale influenza (quest'anno, non tanto banale…), che scombussola l'agenda, impone il blackout del telefono, ti toglie non solo la voglia di parlare, ma anche quella di ascoltare e di vedere. E ritrovi di colpo silenzi antichi, rintocchi lontani, sonorità elementari e impensate che la campagna ti restituisce nella loro innocenza verginale e dimenticata.
Oppure una festa, una ricorrenza, una scadenza di calendario, che deve il suo valore alla potenza simbolica celata nella linea di frontiera che custodisce: uno spartiacque intenso e promettente tra passato e futuro, che merita di essere celebrato, festeggiato rumorosamente come una ritualità collettiva, alla quale nessuno deve sottrarsi. Poi ti capita di attraversare l'ultimo dell'anno accanto a una persona ammalata, e di colpo tutto, ma proprio tutto ti appare come una finzione volgare e insopportabile: lo spumante i botti il panorama notturno che si accende di fuochi fatui - sonorità grossolane ed effimere - prima di reimmergersi nella quiete gelida e silente di pochi minuti prima.
Oppure basta una foto - una foto gualcita, nemmeno troppo curata - di una chiesa semidistrutta, dal terremoto o dal peso degli anni. Dentro quelle rovine non s'indovina più lo spazio integro e protetto di un tempo; vi domina l'abbandono desolato a un silenzio innaturale, che non è più il suo silenzio, e cogli di colpo la differenza fra il silenzio pieno e quello vuoto. Una chiesa che non è più una chiesa: troppo falsa per essere vera, troppo spenta per essere viva, troppo chiusa per essere aperta…
Che cosa scopri in questi rari momenti di grazia? Scopri all'improvviso, come per una illuminazione immeritata e benedetta, il grande buco nero che cerchiamo disperatamente di occultare con l'attivismo folcloristico del nulla, di cui trasudano i nostri giorni affannati. 
Il SENSO: il senso del vivere e del morire, del gioire e del piangere, del bello e del buono, dell'amore e della misericordia; il senso dell'intero e delle parti, del filo d'erba e delle galassie, dei parlamenti e degli ospedali, del lavoro e del tempo libero; il senso di me stesso e degli altri, dei simpatici e degli insopportabili, dei sani e dei malati, dei poveri e dei ricchi… 
A malapena riusciamo a conoscere, a trattenere e a comunicare il significato di qualcosa, ma ci è sempre più difficile intravedere un riflesso, un barlume, un riverbero appena accennato, di ciò che dà SENSO a ogni significato!
E allora ti viene voglia di parlare di meno e di ascoltare di più. 
Di fermarti, di contemplare, di adorare. 
Di metterti sulle tracce di quel filone d'oro che può farti veramente ricco, lasciandoti beatamente povero. 
La linea di frontiera che separa l'essenziale dal superfluo, il discreto dall'invadente, lo stupore dall'ovvio comincia ad annunciare il suo vero profilo, così familiare eppure così dimenticato. 
Il resto diventa insopportabilmente ridicolo, oscenamente assurdo. 
Forse un anno veramente nuovo potrebbe cominciare solo così.