giovedì 8 febbraio 2018

INDIFFERENZA e VIOLENZA: le due sorelle siamesi

Mercoledì 7 febbraio, metà pomeriggio, Consiglio di Dipartimento. In coda, due interventi di rappresentanti degli studenti, di una maturità esemplare: non è affatto vero che saggezza e responsabilità dipendono sempre dall'anagrafe. Uno, in particolare, mi ha ferito profondamente. Poche parole, intense e spaesate, alla fine travolte da una tensione emotiva prossima al pianto, in un silenzio assoluto e partecipe:  "Io ho paura. Ho paura di uscire di casa, di uscire da solo, di uscire per andare nella mia università". Parole innocenti, questo è il punto. Il colore della pelle non può essere una colpa. In nessun caso. Pensavamo che questa verità elementare, emersa da una storia avvelenata e grondante di sangue, non avesse più bisogno di essere ripetuta nel pianto.
Indifferenza e violenza oggi sono due gemelle siamesi: non sono una sola persona, non riescono a guardarsi in faccia, ma nemmeno a separarsi l'una dall'altra. L'indifferenza alle differenze, che è un po' la "formula chimica" dell'individualismo, anzi dell'atomismo sociale dilagante, è un solvente che consuma i legami di cittadinanza, ab-solve dalle relazioni, anestetizza la responsabilità, s'illude di rimuovere i conflitti rintanandosi dentro il recinto del proprio egoismo e stendendo attorno ad esso un cordone sanitario impenetrabile. Forse la prima violenza comincia proprio da qui: espellendola all'esterno della mia minuscola "società vitale" e trasformando l'altro in un potenziale nemico. Ogni contatto ravvicinato può diventare un pericolo, se non siamo noi a controllarlo. La violenza è sempre all'esterno. 
Di questo passo la nostra società sta rapidamente perdendo tutte le difese immunitarie nei confronti della violenza. Le generazioni dei nostri nonni e genitori hanno conosciuto la violenza della guerra; una violenza in qualche modo istituzionalizzata: dichiarata, codificata, protetta persino dal diritto, per evitare lo sconfinamento nel crimine e poterlo perseguire. L'umanità, nel cuore del Novecento violentato da due guerre mondiali, sembra aver imparato la lezione: ha istituito organismi internazionali per promuovere la pace e perseguire i criminali, ha cercato di superare la guerra fredda e ottenuto un po' di disarmo nucleare.
Nel frattempo il virus della violenza ha conosciuto una mutazione genetica: ha cominciato a spostarsi dalla trama dei rapporti lunghi a quella dei rapporti corti; si è insediato come un parassita nell'ordine degli affetti, ha iniziato ad accendere focolai pericolosi tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra persone innamorate, tra insegnanti e alunni. La fine di un amore sempre più spesso coincide con la fine di una vita. La piaga del femminicidio ne è l'esempio più atroce. L'alunno che sfregia l'insegnante, l'aggressione con l'acido alla propria compagna sono i primi gradini di una escalation che si conclude con vittime sgozzate, cadaveri smembrati, buttati ai bordi di una strada.
Questa profanazione estrema della persona, della sua vita e della sua dignità (anche dopo la morte), destabilizza la convivenza e immette nelle vene profonde delle nostre comunità il senso oscuro di una precarietà e insicurezza sociale che pesa come una spada di Damocle sulle nostre vite fragili, incapaci di gestire i conflitti e sempre pronte a identificarli con qualcuno/a da tenere a distanza o da sopprimere.
È vero che è in calo il numero degli omicidi in Italia, passati da 1.442 nel 1992 a 343 nel 2017! Ma forse è cresciuta l'efferatezza, perché la percezione della violenza aumenta, trasformandosi rapidamente in allarme sociale.
Prima o poi arriva il momento in cui questo processo di fuga dai conflitti e di sospetto generalizzato verso gli altri, i più "lontani" e "diversi", è intercettato e trasformato in una una bandiera. Comincia così un'operazione in grande stile di produzione ideologica del nemico. Un'operazione a bassissimo costo e ad altissimo rendimento. Non servono grandi idee, bastano slogan mediocri. L'importante è intercettare l'indifferenza, trasformarla in paura e farle balenare davanti soluzioni chirurgiche e indolori. Ciò che conta è bonificare lo spazio attorno a noi. Un'ideologia istintiva e totalitaria diventa la panacea universale. 
È parte di questa strategia - si fa per dire - screditare l'educazione, delegittimare il sapere, affermare che basta la pancia e non serve la testa per risolvere i problemi. A questo punto, indifferenza e violenza si danno la mano, le due sorelle siamesi si riconoscono e si legittimano reciprocamente. L'indifferenza fornisce l'acqua in cui nuotano gli squali dello scontro sociale, avanguardia agguerrita di chi sogna un impossibile ritorno al passato.
Quello che è accaduto e sta accadendo a Macerata è una tragica esemplificazione di un fenomeno diffuso - più di quanto s'immagini - che tocca tutti.
Non è solo la punta dell'iceberg che deve preoccuparci. E non è vero che il male è sempre altrove; il male è sempre ovunque e dovremmo cominciare a cercarlo anche nel posto dove di solito guardiamo di meno: nel nostro egoismo, ammantato di perbenismo e indifferenza.  
Non esiste il nemico, ma esistono ideologie pericolosissime che lo fabbricano, trasformandolo nel capro espiatorio di tutti i conflitti, le paure, i problemi che ci affliggono. Per spezzare questo circolo vizioso, grossolano e infernale, dobbiamo evitare di cadere nella trappola: offrire su un piatto d'argento ai violenti che cavalcano la paura proprio quello scontro frontale di cui hanno un disperato bisogno per sentirsi vivi.
Sapremo scongelare l'indifferenza e, solo attraverso una ritrovata solidarietà sociale, isolare e neutralizzare la violenza? Ecco la grande sfida dei prossimi anni.
Modificando un aforisma, molto caro a Martin Luther King, ma in realtà attribuibile a Goethe, giocato sul binomio paura/coraggio (in questo caso equivocabile), oggi lo aggiornerei così:
"Un giorno la Paura bussò alla porta, la Solidarietà andò ad aprire e vide che non c'era nessuno".

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