sabato 28 aprile 2018

Tanti popoli… un popolo

Tanti popoli… un popolo
(Intervento
al Convegno delle Presidenze diocesane di Azione cattolica, Roma, Domus pacis, 28 aprile 2018)


1. Questo intervento si collega alla riflessione precedente di don Cesare Pagazzi, sulla categoria di popolo nella teologia di Papa Francesco, attraverso il seguente testo di Gaudete et exsultate: «Il Signore, nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo» (GE, 6). Vorrei estrarre da questo testo, che sintetizza in modo mirabile il magistero di Francesco, tre spunti fondamentali. Anzitutto viene riaffermato il carattere comunitario della salvezza, volto ad accogliere la persona umana nella sua piena identità, che è un’identità relazionale, non individualistica né indifferenziata; nessuno si salva da solo per andare a finire in una entità indistinta, perché nessuno è mai propriamente quello che è – da solo.

In secondo luogo, è importante raccogliere l’invito a tener conto della «complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana». Dunque il popolo non è un’entità amorfa in cui si annega l’identità personale: è questa, come vedremo, la sua deformazione populista. Il popolo è, al contrario, una comunità umana articolata, fatta di una complessa tessitura di relazioni interpersonali che devono essere riconosciute e promosse secondo una pluralità di forme partecipative o, come spesso è stato detto nel linguaggio dell’insegnamento sociale della Chiesa, di “corpi intermedi”.

Infine, vorrei valorizzare l’accenno finale, presente nel testo, al carattere dinamico della dimensione popolare: un dinamismo che viene assunto pienamente nel disegno della salvezza, mantenendo comunque un fondamentale irriducibile valore storico. I popoli nascono, crescono, invecchiano, possono ammalarsi, morire o guarire proprio come le persone. Insomma, la dimensione popolare appartiene al DNA dell’umano, purché la si intenda in senso aperto, dinamico, universalmente inclusivo.


2. Dobbiamo fare proprio l’invito di Papa Francesco, ribadito anche nel suo recente viaggio sui luoghi di don Tonino Bello, a non parlare del popolo, ma a vivere una immersione  generosa nel suo tessuto fragile e vitale, dove anche i laici cristiani – e non solo i pastori – debbono “avere l’odore delle pecore”. Non credo però che questo invito si debba intendere soltanto nel segno di una prossimità empatica e immediata; vorrei ricavarne, indirettamente, l’esortazione, ancora più esigente e difficile, a sperimentare forme di partecipazione a tutto campo, in nome di una intelligenza critica che non si lasci imprigionare in spazi geografici e storici tropo stretti, dove il “noi” spesso diventa la forma peggiore dell’egoismo di gruppo.

Vorrei per questo suggerire l’avventura di un viaggio appassionante e un po’ audace attraverso lo spazio e il tempo, restando con i piedi per terra; un viaggio che riserva sempre incontri inattesi, sorprese stupefacenti, e che vorrei affidare a ogni associazione parrocchiale come una specie di compito a casa: raccogliere insieme piccole storie che sanno stare dentro una grande storia, e proprio per questo diventano grandi e meritevoli di essere ricordate; ecco un esercizio di tessitura civile, non solo associativa, che in un paese scucito e bloccato come il nostro può svolgere una funzione profetica.

Io posso limitarmi a intrecciare qualche frammento di queste storie, suggerire alcuni sentieri, abbozzare qualche collegamento.

Vorrei cominciare il mio racconto con un bel salto all’indietro. Siamo a Ippona, una splendida città sul mare, corrispondente all’attuale Annaba, in Tunisia, intorno al 425/426 dopo Cristo, dove il vescovo Agostino, ormai vicino alla morte, detta le ultime pagine della Città di Dio, in una comunità assediata dai Vandali e occupata dagli Ariani. Fino a pochi anni prima aveva riflettuto a lungo sul mistero trinitario, che insegna un equilibrio perfetto tra l’io e il noi, in cui il primato della persona e il primato della comunione miracolosamente stanno insieme. Ora il vecchio vescovo è concentrato sul problema scottante della convivenza di cristiani e pagani nella città, cioè in uno stesso spazio geografico, politico e culturale. Dopo lo shock del 410, anno dell’invasione e del saccheggio di Roma da parte di Alarico, avevano ripreso fiato sospetti e accuse contro quella strana religione, buonista ed egualitaria, che rifiutava di entrare nel pantheon (letteralmente “luogo di tutti gli dèi) e non voleva rimanere confinata negli spazi angusti della Palestina. Solo la politica – si mugugnava a Roma – può fare di tanti popoli un solo popolo; come può una religione – per di più in nome dell’amore e non della forza! – abbracciare e tenere insieme popoli diversi?

Tenendo sullo sfondo questa obiezione, il vescovo entra in dialogo con Cicerone sull’idea di populus. Secondo il grande romano lo spazio pubblico (res publica) è lo spazio del popolo (res populi), che lui intende come «unione di una moltitudine che si associa sulla base di un accordo giuridico e di una comunione di interessi» (De rep. 1,25,39). Insomma c’è una “sostanza pubblica”, se c’è una “sostanza popolare”. Agostino per un verso accetta questa tesi, che oggi ci offre un esame di coscienza attualissimo: senza popolo, non c’è etica pubblica, non c’è cultura condivisa, non c’è politica nel senso più alto e più vero.

Per un altro verso, vi apporta alcune correzioni decisive. La prima riguarda il legame profondo che può trasformare una accozzaglia di individui in un popolo: «Il popolo – secondo la sua definizione alternativa – è l’unione di una moltitudine razionale che si associa nella concorde comunione (concors communio) delle cose che ama» (civ. 19,24). Forzando la lettera, senza – spero – tradire lo spirito delle sue parole, potremmo dire: se c’è un’anima del popolo, questa può essere costituita solo da un amore comune. Quanto meno l’oggetto di tale amore è egocentrico, cioè non è fatto di terra ma di cielo (è questa, in fondo, la differenza fra le due città), tanto più la pace assume il volto della concordia e può diventare una specie di anticipazione della vera comunione. Dunque la concordia è il nome della pace sociale; l’etimologia è illuminante: i cuori di tutti battono all’unisono quando sono sintonizzati sui fondamentali della vita comune – e quindi sul bene che accomuna. Quando ciò non accade, si espone la convivenza al pericolo di una disgregazione interna, che è un male peggiore delle invasioni barbariche (spesso un effetto del collasso sociale, prima ancora che una causa).

Che quindi i pagani non accusino il vangelo per la sua sostanziale incapacità di governare i popoli; è inutile dire: “Abbiamo i barbari in casa, non è tempo di amore” (come abbiamo sentito anche noi, dopo l’11 settembre). L’equilibrio delicato dell’impero, che pretendeva di fare di tanti popoli un solo popolo, stava implodendo per un deficit interno di legami autentici, perché quel populus non aveva più un’anima e nei momenti difficili il diritto e la forza militare non bastano ad arginare la fine. Così come oggi – aggiungerei – non possiamo illuderci di contrastare un deficit preoccupante di concordia sociale con una politica agnostica sui fondamentali del bene comune e capace di tenere in vita l’idea di popolo solo con l’astrattezza della retorica e la concretezza del tornaconto. Quando un popolo non condivide più un amore comune, ha scritto Gilson, gli rimane da condividere solo una paura comune, che qualche capopolo di turno cavalcherà spudoratamente, nell’illusione di nobilitare la sua rozzezza.

Agostino continua, suggerendo un modo esemplare di tenere insieme universalismo evangelico e pluralismo delle culture (tanti popoli, un popolo), in cui si può vedere quasi un’anticipazione della “nostra” scelta religiosa: «Questa città celeste, quindi, finché è in cammino sulla terra – egli scrive –, convoca cittadini da tutte le nazioni e raduna una società in cammino fra tutte le lingue, senza badare a differenze di costumi, leggi e istituzioni, con le quali si ottiene o si mantiene la pace terrena, senza invalidare o distruggerne alcuna, ma anzi conservando e assecondando tutto ciò che tende a un unico e medesimo fine, nonostante le differenze relative alle differenti nazioni, purché non ostacoli la religione che insegna a venerare l’unico, vero e sommo Dio» (civ. 19,17)


3. Se queste parole fossero state messe in pratica, ci sarebbero stati risparmiati non solo secoli di cristianesimo teocratico, frutto di un’alleanza equivoca fra il trono e l’altare, ma anche la tragedia – questa volta tutta moderna – delle cosiddette guerre di religione.

Il nostro viaggio non può ignorare questa storia né dimenticare le montagne di cadaveri, accumulati, nel cuore della modernità, in nome del popolo: una parola che evocherà sempre meno la cifra della concordia, diventando il luogo di una contesa furibonda. Da un certo punto in avanti, non si riconoscerà più nel popolo una dimensione originaria dell’umano e si avrà bisogno di inventare dei meccanismi politici per spiegarne l’origine: il popolo non è connaturato alla persona umana, ma è il prodotto di un artificio razionale, in nome del quale gli individui cercano di mettere un argine alla guerra di tutti contro tutti, cedendo piccole quote di libertà in cambio di sicurezza. Senza dimenticare, però, come Thomas Hobbes ha riconosciuto onestamente, che d’ora in poi ad assicurare la pace sarà solo un “Dio mortale”, come egli definisce l’organismo innaturale che prende il nome di Leviatano, come il mostro biblico citato nel libro di Giobbe.

Potremmo leggere in questa prospettiva anche lo scontro di narrazioni che oppone il paradigma illuminista a quello romantico: l’illuminismo cerca di scardinare gerarchie consolidate e disinnescare guerre e conflitti invitando uomini di culture, lingue, religioni, razze diverse a innalzare lo sguardo verso un cielo di diritti universali. Si tratta di guardare, in questo caso, a un solo popolo senza tanti popoli; un popolo astratto, ridotto a un luogo di diritti da usare come una bandiera, spesso chiamata ad annunciare libertà, fraternità e uguaglianza, ma anche non di rado a seminare il terrore.

Il paradigma romantico predilige invece le identità concrete, le appartenenze storiche, preferendo scavare in profondità più che in estensione nella vocazione che rende unica e irrepetibile la vita dei popoli e dei singoli, alla ricerca di quella autenticità espressiva sempre diversa che preferisce alle strade diritte di una razionalità fredda e omologante le intuizioni empatiche e i lampeggiamenti improvvisi di un sentire immediato e gratificante. Qui il plurale dei popoli sembra fare a meno della universalità del popolo.

Il nostro viaggio potrebbe continuare sorvolando lo scontro furioso – ancora sangue, tanto sangue! – tra il primato borghese dell’individuo e il primato marxista del collettivo; nel primo caso si tende a ridurre lo spazio pubblico a un contenitore neutro di libertà individuali, mentre il posto del popolo tende ad essere preso dal mercato, come la forma più funzionale di autoregolazione economica, il vero luogo in cui dovrebbe battere il cuore di tutti; nel secondo caso, si affida alla lotta di classe il compito rivoluzionario di accompagnare l’umanità alle soglie della sua rigenerazione totale, fatta di una società senza classi. Forse senza più individui e persino senza popolo.

In tempi molto più vicini a noi potremmo ritrovare, ormai sulla soglia fra vecchio e nuovo millennio, qualche traccia dell’antico duello fra l’idea illuminista e quella romantica di popolo nel dibattito, tipicamente nordamericano, tra liberali e comunitari: cioè tra quanti chiedono alla politica di rinunciare a farsi carico del bene, che va lasciato alle scelte dei singoli, accontentandosi di una generalissima teoria della giustizia, e quanti, al contrario, tornano a proporre l’appartenenza comunitaria come il contesto concreto in cui le persone, condividendo un fine comune, apprendono e praticano l’alfabeto narrativo dello stare insieme.


4. Proviamo finalmente ad atterrare, dopo questo rapido excursus a volo d’uccello, dentro il nostro tempo e il nostro spazio pubblico europeo: non è difficile ritrovare un’eco del nostro viaggio nell’opposizione sorda e sempre più dura di alcuni paesi dell’est Europa contro le istituzioni comunitarie, di cui pure da poco tempo sarebbero parte: da un lato apparati anonimi e impersonali, ostaggio della logica burocratica del “politicamente corretto”, che vorrebbero mettere la sordina a qualsiasi richiamo identitario e hanno avuto persino paura di evocare le radici cristiane dell’Europa nei propri atti fondativi; da un altro lato, comunità identitarie compatte, strette attorno al proprio leader (come nel caso di Viktor Orbán e del suo spregiudicato tentativo di trasformare lo Stato ungherese in una laboratorio politico della neodestra cristiana). Comunità che si aggrappano ai propri valori identitari, mettendo nello stesso pacchetto simbolico – forse con una benedizione imprudente di alcuni pastori – la devozione popolare e le sacre frontiere, ultimo avamposto tra la cristianità e gli infedeli. Anche se poi la cristianità può essere molto di facciata e gli infedeli sono disgraziati senza scimitarre, spinti solo dalla fame e dalla disperazione.

Ecco la nuova forma di un pendolarismo antico: da un lato, la retorica dell’unica comunità europea, un po’ vera e un po’ ipocrita, che guarda dall’alto in basso i popoli che la compongono, promettendo solo benessere, salvo poi scaricare su alcuni la grana dell’immigrazione; da un altro lato, la retorica sovranista delle piccole patrie, un po’ nostalgica e un po’ arrogante, che riconosce l’appartenenza comunitaria più quando c’è da prendere che quando c’è da dare.

Da un lato il trionfo di un gigantismo senz’anima, che fa assomigliare l’Europa a un mastodontico supermercato dell’amministrazione pubblica; dall’altro il trionfo di quella che anche Bergson ha chiamato una “società chiusa”, anch’essa senz’anima, fatta di una regressione quasi biologica, incosciente cinghia di trasmissione dei nazionalismi che ci hanno regalato due guerre mondiali. Nel primo caso l’etico coincide con il tecnico, nel secondo si confonde con l’etnico.

Ancora: da un lato, il cristianesimo è bandito da una sfera pubblica ormai desertificata, emarginato come un intimismo folcloristico e irrilevante; dall’altro lato, il cristianesimo è invocato come un ingrediente simbolico per riconsacrare le frontiere dell’esclusione e sdoganare culturalmente un neopaganesimo di ritorno. In fondo, chissà, questi due paradigmi potrebbero anche essere riletti in parallelo con quanto papa Francesco scrive in Gaudete et exsultate, quando mette in guardia contro lo gnosticismo, come una forma di razionalismo disincarnato, privo di amore, e contro il pelagianesimo, come una forma di autogiustificazione volontaristica, priva di umiltà. Due derive, non a caso, che proprio Agostino ha combattuto per tutta la vita.


5. Questo, secondo me, è il bivio in cui oggi ci troviamo, come credenti e come cittadini: società anonima, al limite dell’impersonale, che predica la tolleranza e razzola nell’indifferenza, o comunità chiusa, al limite del populismo, che predica l’identità e razzola nell’intolleranza. Due modelli certamente molto diversi, rispetto ai quali è sin troppo facile la tentazione di imboccare una terza via tra opposti estremismi; due modelli che a volte mescoliamo in modo opportunistico, fino ad essere gelosamente individualisti nella sfera privata e accanitamente moralisti nella sfera pubblica.

Eppure sembra esserci una patologia comune alla radice di processi culturali e politici così diversi. Vorrei suggerire, come ultimo passaggio, tre possibili percorsi di approfondimento del discorso.


5.1 Anzitutto, dobbiamo tornare a percorrere in modo nuovo la via della persona: riconoscere e onorare la sua dignità infinita e senza prezzo, che parla il linguaggio della trascendenza e insieme della fragilità, che invoca l’assoluto del rispetto e lo straordinario della misericordia. Come ci ha insegnato il personalismo cristiano, c’è un legame sotterraneo tra l’individualismo della società di massa e il populismo della società vitale: è l’abbassamento del baricentro sociale, che da una parte celebra i diritti insindacabili dell’individuo padrone di sé e del proprio corpo, e dall’altra insegue il mito di un nuovo tribalismo viscerale, fatto di solidarietà corte e di esclusioni facili.

L’individualismo diventa, a questo punto, il vero partito trasversale e la via della persona l’unica reale alternativa. Ha scritto Dostoevskij ne I fratelli Karamazov: «Nel nostro secolo […] gli uomini si sono divisi in tante singole unità, ognuno si ficca nel proprio buco da solo, si nasconde e nasconde quello che ha, e così va a finire che respinge lontano da sé gli altri uomini e viene a sua volta respinto, sempre per colpa sua». Descrivendo così l’esito estremo dell’atomismo moderno, Dostoevskij non avrebbe potuto immaginare la portata profetica delle sue parole. Il buco in cui ognuno si ficcava, nel 1879, per nascondersi e respingere, secondo il linguaggio provocatorio del grande scrittore russo, oggi ha molti nomi; non è solo lo smartphone e non riguarda solo alcune esperienze di nicchia nella vita di relazione, ma possiamo leggervi la metafora di una più complessa patologia relazionale.

La scala ascendente di contatti, relazioni, legami oggi ci appare, paradossalmente, come una piramide capovolta, che ha al suo vertice un’idea di convivenza fatta di contatti disincarnati, mordi e fuggi; contatti senza relazioni e senza legami, capaci di alimentare solo rapporti effimeri e slegati, rispetto ai quali la rete vorrebbe accreditarsi come un antidoto, mentre in molti casi ne diventa un vero e proprio agente patogeno, soprattutto quando i contatti galleggiano in una vita senza storia e i profili diventano una maschera dei volti. Ha ragione Edmond Jabès, quando scrive: «La distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi» (Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato, p. 61); «lo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno straniero» (p. 11). Ritrovare gli altri per ritrovare se stessi, ritrovare se stessi per ritrovare gli altri. Al cuore della persona.


5.2 In secondo luogo, dobbiamo percorrere la via che sa articolare le differenze e attraversare i conflitti. Sempre Agostino, nel testo da cui sono partito, ci ricorda che l’intera trama della vita sociale è fatta di un tessitura delicata e vitale di almeno tre cerchi concentrici, rappresentati dalla dimensione familiare (domus), civile (urbs) e planetaria (orbis). Una pluralità di articolazioni alle quali corrispondono forme diverse di profondità comunitaria e di presidi istituzionali, e che forse domanda di bilanciare l’allargamento dello spazio politico con forme di autonomia partecipativa nell’esercizio dei diritti democratici, liberando il grande disegno del federalismo personalista dalle strumentalizzazioni scissioniste che ne hanno fatto il cavallo di Troia degli egoismi locali più indecenti.

È difficile promuovere un’idea generica di popolo, che non sappia riconoscere la cellula familiare e lo spazio pubblico della città e dello Stato. Chi proclama la fine della famiglia non ha molto da rallegrarsi: gli stessi solventi, immessi nelle vene profonde della società per sciogliere la famiglia in un amore liquido, anzi ormai allo stato gassoso, stanno facendo egregiamente il loro lavoro anche nell’erodere le altre mediazioni istituzionali, a cominciare dalla istituzione stessa dello stato nazionale, che sembra avere gli anni contati, stretto tra universalismi globali e particolarismi locali. Azzerando queste articolazioni intermedie, la vita pubblica diventerebbe – e sta già diventando – una prateria in cui le multinazionali possono spadroneggiare indisturbate su una società fatta solo di produttori e consumatori, strozzata in una spirale consumistica, che finisce persino per attizzare e spegnere i conflitti e i focolai di guerra a seconda delle esigenze di mercato. In fondo, dentifrici e mine antiuomo sono solo voci di una partita doppia, il cui unico algoritmo che conta è quello del profitto.

D’altro canto, è altrettanto difficile proclamarsi alfieri della famiglia, che è pur sempre all’origine di una storia generativa di vita e di riconoscimento, illudendosi di poter vivere come se il mondo non ci fosse, quindi pensando lo spazio sociale come un arcipelago di isole felici e autoreferenziali, separate da un mare non navigabile, o diventando addirittura complici di una cannibalizzazione della politica ad opera di piccole e grandi lobbies. In questo modo si abbandona al suo destino anche un’idea universale di umanità alla quale dobbiamo, nel secolo scorso, conquiste epocali, come l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il rifiuto del razzismo, dell’apartheid o della guerra nucleare. Tutte battaglie che si possono combattere solo se siamo davvero convinti che i tanti popoli sono articolazioni differenti di un solo popolo.

La seduzione populista nasce precisamente calpestando questo snodo, cioè sognando una comunità pura e compatta, cementata da una storia e una geografia in miniatura, che vuole espellere all’esterno impurità, differenze e conflitti; che ha bisogno del mito del nemico come capro espiatorio di tutti i mali. Una società chiusa che non ama le mediazioni e meno ancora la fatica della democrazia o il rispetto della legalità, mettendosi a occhi chiusi nelle mani di un capo carismatico, nella convinzione che la politica sia solo questione di feeling. Un pericolo che forse è peggiore dell’altro, solo perché ce l’abbiamo anche in casa nostra e forse ne siamo addirittura complici involontari.


5.3 Infine, dobbiamo ricominciare a percorrere la via del bene che accomuna e che comincia da una semplice domanda: che cosa c’è tra noi? La possibilità di raddrizzare la piramide rovesciata di contatti, relazioni, legami dipende dalle risposte che sapremo dare a questa domanda, che ci pone dinanzi a un bivio: che cosa c’è tra noi? Solo la occasionalità di contatti effimeri, o relazioni appese alla spada di Damocle della reciproca convenienza, che è il volto perbenistico dell’individualismo, o i legami della terra e del sangue, che ne sono il volto ancora più torbido e istintivo? Ci sono i “solventi” del sospetto, dell’avidità, del risentimento o i “collanti” della fiducia, del dono e del perdono? Come riconciliarci con il bene che è comune, che è esattamente la nostra casa comune, fatta anche di cose, cioè di beni di uso comune? Comune, cioè munus condiviso: dono che ci precede e compito che ci interpella.

Forse la sfida di Agostino è ancora attuale: l’amore è il nome più alto della giustizia; la precede in quanto capace di generare di concordia e la riscatta, senza sconfessarla, in quanto capace di rigenerare la discordia. Il problema è innalzare il baricentro dell’amore, sottrarlo alla cattura narcisistica, restituirgli il brivido e la responsabilità degli orizzonti alti, dei tempi lunghi, della grande storia, dei sogni a occhi aperti. Se i popoli, oggi più che mai, hanno bisogno di un supplemento di anima, occorre ritrovare il cuore del popolo, della res populi, nella trascendenza del bene. Solo il legame che accomuna dall’alto può essere universalmente inclusivo: può stringere senza soffocare, può far incontrare, dialogare e crescere insieme i diversi. Può fare di tanti popoli un solo popolo: un poliedro, più che una sfera, secondo la felice metafora di papa Francesco (EG, 236).

Come cristiani, per una grazia inaudita, possiamo chiamare per nome questo mistero della trascendenza del bene, riconoscervi un volto infinitamente personale al quale addirittura dare del tu; nello stesso tempo, laicamente dobbiamo tradurlo – senza tradirlo – in parole convincenti, in pratiche di vita esemplari, in una forma associativa popolare, in senso quantitativo e qualitativo. Come è sempre un vero popolo. Forse l’ingrediente più semplice e prezioso, indispensabile per quest’opera di testimonianze personale e associativa, è proprio quella santità feriale, che papa Francesco ci chiama a riscoprire come un cammino comunitario, fatto di preghiera costante, di pazienza e mitezza, di audacia e fervore, di gioia e persino senso dell’umorismo. Una santità popolare, che comincia dalla porta accanto, è il primo passo – e forse anche l’ultimo, quello decisivo – per farci ritrovare una voglia di cielo con cui redimere i nostri piccoli sogni fatti di terra.

Video delle due relazioni 


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