venerdì 15 giugno 2018

IL PAESE SPAESATO

 
Tutto sommato, era un bel paese. Da un po' di anni, in tanti avevano cominciato a chiamarlo così, attaccando le due parole e mettendo una maiuscola: il Belpaese. Suonava bene, anche se quel nome, di nobili origini, aveva oggi un retrogusto amaro, con un sapore vagamente favolistico e irresponsabile, che in qualche caso sfumava addirittura nella presa in giro. In fin dei conti, era abitato da brava gente: dignitosamente povera, profondamente onesta, autenticamente religiosa. Intendiamoci, le eccezioni non mancavano, non mancano mai: c'erano rami storti, ogni tanto sovraccarichi di mele marce. Ma le radici erano profonde, il tronco sano e robusto. 
Era un paese ricco, pur essendo molto povero: non bisogna avere un concetto povero di ricchezza. Dal centro sprigionava ancora un fulgore unico: nel suo apparente disordine, era come uno scrigno antico, che custodiva, in mezzo a tanto ciarpame, perle rarissime, invidiate (e spesso depredate) da molti. La terra, magicamente sospesa tra i monti e il mare, era capace di sorprenderti con quella luce morbida e pura che accarezzava le colline, da farti venir la pelle d'oca. 
La sua storia - perché la ricchezza più straordinaria era la sua storia - era lunga e sofferta. Solitamente gli abitanti erano riusciti a tenere a bada alcuni vizietti congeniti, come la litigiosità ciarliera e un po' inconcludente, l'arte di arrangiarsi, una certa disinvoltura con le regole (e - ahimè - anche con la legge), la faciloneria viscerale nello scegliere i propri capi. C'erano, però, anticorpi efficaci grazie ai quali resistere a epidemie ricorrenti: nelle piazze si litigava, ma i campanili e le chiese ancora insegnavano alla gente, pur tra tanti limiti, a stringersi la mano. La promessa con cui si benediva l'amore e il perdono che lo rigenerava erano un ricostituente sociale formidabile.
Purtroppo, in alcuni momenti difficili, quando la pancia prendeva il sopravvento sulla testa, i suoi abitanti se le sono date di santa ragione: se si va in giro per le vie del paese, si vedono ancora i segni di tante cicatrici.
Poi, a un certo punto, è accaduto qualcosa, dev'essersi rotto qualcosa. I figli, per un verso o per l'altro, non si sono riconosciuti più nella vita e nella storia dei loro genitori. Figuriamoci dei loro nonni. Hanno cominciato a muoversi, a spostarsi di continuo: prima rapidamente, poi freneticamente, infine ossessivamente. Poco a poco, si è fatta strada la convinzione che ci si potesse affrancare dallo spazio e addirittura anche dal tempo. Questo sarebbe il vero modo di essere liberi: non avere legami, non avere debiti. Liberi e soli. Spaesati. La flessibilità era diventato il nuovo mito, e con la fedeltà aveva in comune solo la rima.  
Life is now, la vita è adesso. 
Un'avidità insaziabile e ottusa aveva fermato gli orologi, cominciato a distruggere i calendari. Tutti correvano come forsennati, ma in realtà il vero obiettivo, eccitante e disperato, era scavalcare il tempo, catturare l'istante e goderselo per sempre. I teologi avrebbero detto: soteriologia senza escatologia. Si poteva buttare tutta la propria esistenza sul tavolo verde di un inebriante gioco d'azzardo, che nessuno prima aveva giocato; si poteva perdere, certo (anzi, si perdeva quasi sempre), ma i risparmi dei genitori, la loro pensione e la loro casa erano sempre lì, a portata di mano.
In questo paese, che non era più un paese, a un certo punto arrivò un violento uragano. Se ne avvertì a malapena, da lontano, il brontolio cupo e ben presto era già lì. Scoperchiò i tetti, fece crollare i capannoni, rase al suolo i luoghi di lavoro, soprattutto spazzò via quel panorama invisibile, fatto ancora di promesse e di lealtà, che teneva ancora insieme le persone. 
La gente cominciò a incattivirsi; a incattivirsi ancora di più  quanto cominciarono a farsi vedere persone mai conosciute prima: andavano in giro ovunque, con grandi megafoni che martellavano giorno e notte parole seducenti e cattive. Alcune di quelle parole forse erano vere, e alla gente piacevano. Ma il senso complessivo era inquietante e maligno: il male non viene da noi, viene dagli altri, da quelli che arrivano da lontano. Sono loro - gli altri, i diversi - la causa di tutte le nostre disgrazie. Abbiamo un NEMICO, ecco il punto.  Nessuno vi ha mai detto come stanno davvero le cose: dobbiamo avere il coraggio di alzare la voce e liberarci da tutti i legami esterni.  Vicini e lontani. Indiscutibilmente, semplicemente.
In passato, più di una volta questa miscela sporca di disprezzo e risentimento era affiorata in superficie, con effetti devastanti. Aveva prodotto un distillato micidiale: l'odio del nemico, che inizialmente s'annuncia come una paura sorda, per diventare poi aggressivo, fino a scatenare vere e proprie guerre. 
Ma adesso nessuno ricordava più niente. Tutti promettevano un Nuovo Inizio, e solo chi aveva conservato in un cassetto un po' di memoria sapeva che tutto questo era molto vecchio. 
Vecchio e molto brutto, e non prometteva proprio niente di buono.

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