mercoledì 27 giugno 2018

NANI sulle spalle di GIGANTI / Emmanuel MOUNIER

Vorrei continuare la ricerca, avviata nel post precedente, di maestri in grado di aiutarci a leggere questo nostro tempo e offrirci anticorpi efficaci contro la paura dell'altro e la ricerca ossessiva di false sicurezze
Emmanuel Mounier vive la sua esistenza breve e intensa (1905-1950) nella difesa appassionata di un rapporto profondo tra persona e comunità, come unica alternativa agli opposti estremismi dell'individualismo e del collettivismo; grazie anche alla rivista "Esprit" da lui fondata, diventa ben presto un testimone scomodo e profetico del movimento cattolico francese, pagando con la prigione il suo impegno nella resistenza francese.

Anche Mounier, come Bergson, mette in guardia - siamo nel 1936 - contro un'idea di patria che «tende a essere una società chiusa»: «spogliato… di tutta l'eloquenza di cui lo si imbroglia, l'amore della patria è un amore immediato e di breve raggio», mentre «la persona è esigenza di spiritualità e di universalità», che non può accontentarsi della false universalità del nazionalismo e dello statalismo (Manifesto al servizio del personalismo comunitario, Ecumenica 1975, pp. 204 s).
«Il prestigio nazionale, gli entusiasmi vitali, sono come vini inebrianti e, se quelli che li versano non hanno per scopo di sottrarre l'uomo a se stesso, rimane pur sempre il loro effetto: un delirio collettivo che addormenta in ciascun individuo la sua cattiva coscienza, ispessisce la sua sensibilità spirituale, e affoga nelle emozioni più elementari la sua vocazione suprema. Prigione più infittita, più nascosta, più temibile per le sue seduzioni di quella delle ideologie» (p. 35).
È il paradosso estremo di una società senza prossimità: «Le "società" possono moltiplicarsi, le "comunicazioni" possono "riavvicinarne" i membri, ma non è possibile comunità alcuna in un mondo in cui non c'è più un prossimo e dove non rimangono che dei simili, e dei simili, che non si guardano» (p. 84).

Dietro questi atteggiamenti ossessivi di chiusura si scopre poi, secondo Mounier, anche un'angoscia catastrofista in cui s'incontrano nichilismo e terrorismo: «eccoci nel punto segreto e scandaloso in cui la decomposizione delle società che recentemente hanno combattuto per la libertà dell'uomo raggiunge in modo invisibile i deliri che si sono opposti contro tale libertà» (La paura dell'artificiale. Progresso, catastrofe, angoscia, Città aperta 2007, p. 85). Un catastrofismo al quale non è estraneo il fatto che «l'uomo moderno per le sue ansie non ha più il sostegno della speranza cristiana» (p. 83). 
Denunciando con accenti veramente profetici (ormai pochi anni prima della morte) «l'angoscia di una catastrofe collettiva del mondo moderno» come «innanzitutto una reazione infantile da viaggiatore incompetente e stravolto», Mounier paragona l'uomo europeo a un «viaggiatore lanciato a tutta velocità in un'auto che non sa guidare, accanto al conducente morto all'improvviso» (p. 86).
Un pericolo che non può essere assecondato dai cristiani, ai quali Mounier rivolge un severo ammonimento: «L'importante è non trasformare in visioni profetiche i nostri stati d'animo e i nostri momenti di scoraggiamento, e non dare l'idea di trasformare il Dio della carità in un progettista di catastrofi: rischieremmo allora di non riconoscerlo più nei suoi trionfi senza clamore sulla strada di ogni giorno, da Gerusalemme a Gerico» (p. 161).

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