sabato 23 giugno 2018

NANI sulle spalle di GIGANTI / Henri BERGSON

In tempo di sguardi corti e di nani che sembrano giganti, dobbiamo tornare a salire sulle spalle dei veri giganti, che ci aiutano a leggere anche il nostro tempo, con un coraggio e una lungimiranza profetica che forse stiamo smarrendo.

Henri Bergson è stato uno di questi, che ha difeso con forza l'idea di una organizzazione mondiale per risolvere pacificamente le controversie tra i popoli. Tra il 1919 e il 1925, all'indomani della prima guerra mondiale e nella previsione di un secondo conflitto, Bergson si spende generosamente all'interno della Società delle Nazioni, come Presidente della Commissione internazionale di Cooperazione intellettuale, di cui faranno parte anche Albert Einstein e l'italiano Francesco Ruffini.
Nel discorso di ringraziamento per il Premio Nobel per la letteratura
(1928), denuncia la sproporzione fra "forze meccaniche e "forze spirituali", oggi particolarmente attuale nella crisi dell'Europa e dei grandi organismi internazionali: «Le macchine che costruiamo sono organi artificiali che si aggiungono ai nostri organi naturali, li prolungano e ingrandiscono così il corpo dell'umanità. Per continuare a riempire tutto questo corpo e per regolarne ancora i movimenti bisognerebbe che l'anima si dilatasse a sua volta, altrimenti l'equilibrio sarà minacciato e sorgeranno difficoltà molto gravi, problemi politici e sociali che non faranno che tradurre la sproporzione fra l'anima dell'umanità, rimasta circa quel che era, e il suo corpo enormemente inrandito… gli antagonismi, anziché scomparire, rischieranno di aggravarsi se non si compie anche un progresso spirituale, uno sforzo più grande verso la fraternità».

Il suo capolavoro (Le due fonti della morale e della religione, 1932), che precede di un anno l'avvento al potere del nazionalsocialismo di Hitler, è una denuncia lucidissima della "società chiusa", il cui carattere fondamentale, a dispetto della sua estensione, «è di comprendere ad ogni momento un certo numero di individui e di escluderne gli altri» (ed. Perrini, Brescia 1996, p. 142). Alla base di queste società contano soprattutto la «disciplina di fronte al nemico» e un «istinto sociale» che «non mira certo all'umanità. Il fatto è che fra la nazione, per quanto vasta sia, e l'umanità, c'è tutta la distanza che c'è dal finito all'indefinito, dal chiuso all'aperto» (p. 143).
Dunque esiste un abisso fra società chiusa e società aperta, anche se le tendenze della società chiusa permangono in ogni società che si apre, «perché tutti gli istinti ad operare con disciplina convergono originariamente verso l'istinto di guerra» (p. 274).

È dunque «un pericoloso errore credere che un organismo internazionale possa ottenere la pace definitiva senza intervenire, d'autorità, nella legislazione dei diversi paesi e forse anche nella loro amministrazione. Si mantenga in principio della sovranità dello Stato, se si vuole, a patto che se ne faccia un uso duttile nell'applicazione ai casi particolari. Ancora una volta, nessuna di queste difficoltà è insormontabile, se una parte sufficiente dell'umanità è decisa a superarle. Ma bisogna guardarle in faccia, e sapere a che cosa si dà il proprio consenso quando si domanda la soppressione delle guerre».
Altrumenti, che cosa ne sarà della pace fra i popoli, si chiede Bergson, se lo sviluppo industriale dovesse conoscere una grave battuta d'arresto? «Esigiamo le comodità, il benessere, il lusso. Vogliamo divertirci. Che cosa avverrebbe se la nostra vita diventasse più austera?» (p. 276).

La celebrazione della società aperta non esclude il vero amor patrio, che non dev'essere mai confuso, però, con un attaccamento esclusivo e tribale. Il primo, se autentico, «attrae a sé ciò che vi è di meglio nelle anime. L'autentico patriottismo si costituisce lentamente, si nutre di pietas, di ricordi e speranze, di poesia e di amore, si avvale, come il miele dei fiori, dell'appporto di tutte le bellezze morali che sono sotto il cielo. Era necessario un sentimento molto elevato, che imitasse lo stato mistico, per aver ragione di un sentimento radicato come l'egoismo tribale» (p. 263).
Che stiamo, forse, tornando indietro?

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