mercoledì 22 agosto 2018

Semplicemente INADEGUATI

È dalla formazione del nuovo governo che ho rimandato a lungo questo post, evitando di assecondare sentimenti che in politica debbono essere tenuti a distanza: dall'antipatia all'irritazione. Avrei voluto aspettare almeno i primi 100 giorni: un periodo di rodaggio non si nega a nessuno. Poi c'è stata l'orrenda tragedia di Genova e alla fine mi sono convinto che non è più possibile tacere. Ci sono dei momenti, nella vita pubblica di una comunità, che ne mettono alla prova la tenuta civile e che equivalgono per la classe dirigente a una specie di "collaudo", proprio come si dovrebbe fare per un ponte. Momenti nei quali il dolore, lo smarrimento, il lutto, se tenuti lontano dal detonatore micidiale della rabbia, possono trovare un punto di coagulo positivo, trasfigurandosi in un abbraccio ideale. Per carità, c'è un tempo per tacere, piangere e solidarizzare, e un tempo per recriminare, e non è che tra l'uno e l'altro debbano trascorrere secoli. Dinanzi alla morte, soprattutto quando è violenta, ingiusta e incomprensibile, dobbiamo disporci tutti insieme, immediatamente, come intorno a uno spazio sacro - persino laicamente sacro -  e chinare il capo, in silenzio e uniltà, provando a portare ognuno il peso degli altri. 
E invece no: i due vicepremier tuttologi Salvini e Di Maio, cioè l'intero governo della Repubblica (il resto è folclore), non hanno resistito alla tentazione di straparlare, profanando persino la zona di rispetto dinanzi alla morte e trasformandola in un palco, anzi in una passerella, condita da selfie e interviste a raffica (ma questa gente conosce la differenza tra dichiarare e lavorare?). Ripensando, ad esempio, all'attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003, in cui persero la vita 19 italiani e 9 iracheni, e ricordando la compostezza di un intero popolo che si strinse attorno ai nostri carabinieri e militari, non possiamo non chiederci: ma quanti secoli sono passati?
No, non si può più tacere. So bene che parlare di Di Maio e di Salvini dopo il crollo del ponte Morandi, a Genova, significa fare il loro gioco, ma è ora di cominciare a dire che il re è nudo. Non intendo dare un giudizio sulle persone (chi potrebbe farlo?), ma una valutazione politica si può e si deve esprimere. La storia mette spesso alla prova una classe dirigente, ma in alcuni casi la sentenza è quasi senza appello. Dal mio punto di vista, Di Maio e Salvini hanno avuto - forse troppo presto - la loro prova del fuoco e l'hanno persa. In questo momento, senza infierire né offendere, semplicemente verrebbe da dire: "Questi ragazzi sono inadeguati".
Mi sono posto più volte, durante l'ultima campagna elettorale, la domanda: In politica è peggio la disonestà o l'incompetenza? Lo so che un dilemma secco come questo in natura non esiste, ma se si dovesse scegliere, che fare? Negli ultimi mesi sto provando a darmi questa risposta: in alcuni casi l'incompetenza è anche disonesta, soprattutto quando non riconosce i propri limiti, nascondendoli sotto il velo - sottile sottile - della presunzione e della irresponsabilità, e rifiutando per questo di farsi aiutare dalle persone giuste.
A Genova l'incompetenza, anzitutto, ha risuscitato un fantasma che pensavamo da tempo di aver chiuso in qualche armadio: il processo politico. Sì, perché sentire un governo che ignora la divisione dei poteri, pietra miliare della democrazia moderna, fa semplicemente rabbrividire. Fa rabbrividire il potere esecutivo che diventa giudiziario, pretendendo di mettere alla gogna i colpevoli di una disastro a prescindere dall'accertamento delle cause, perché i tempi della giustizia sono troppo lunghi e perché questo chiedono i morti di Genova (affermazione, se possibile, ancora più grave). La politica dovrebbe dotare la magistratura di risorse che ne facilitino e accelerino le procedure, non sostituirsi ad essa!
Alla faccia della magistratura, ma anche alla faccia dei mercati. In questi giorni si sta giudicando insufficiente il piano di 500 milioni messo in campo da Atlantia, la società che controlla Autostrade per l'Italia, ma si dimentica che dopo le dichiarazioni estemporanee e irresponsabili dei due vicepremier la stessa società ha perso in due giorni, come ha rilevato anche Ilsole24ore, qualcosa come 5,39 miliardi!!! Lascio da parte ogni giudizio sulla cosiddetta "Salva Benetton", che Salvini si è ricordato un po' tardi di aver votato (guarda caso, solo dopo che l'opposizione glielo ha rinfacciato).
In questi casi l'incompetenza fa davvero più danni della disonestà, avallando (spero inconsapevolmente) una visione totalitaria della politica, che la pone al di sopra di tutto: 
- altri poteri dello Stato, come quello legislativo e giudiziario: scegliendo di volta in volta quando servono e quando non servono;
- scienziati: siano essi medici che raccomandano i vaccini, economisti che vorrebbero tenere in ordine i conti dell'Inps, ingegneri e via discorrendo;
- Istituzioni europee: affermando a parole di volerle rispettare, ma nello stesso tempo remando contro per affossarle;
- società concessionarie (non solo Autostrade per l'Italia): ad esempio la Rai, decidendo se una votazione contraria della vigilanza sia accettabile o meno;
- religione, sì persino la religione: arrogandosi il diritto di salvare alcune pagine del Vangelo e cestinare le altre (quasi tutte….);
- cittadini (vivi e morti): autoproclamandosi unici interpreti legittimi del popolo, e per questo depositari di una delega in bianco.
Francamente era inimmaginabile un rigurgito così sfacciato di partitocrazia, impegnata in una occupazione sistematica dello Stato e della società civile. Forse non c'è una strategia ideologica dietro tutto questo; forse si tratta solo di inesperienza, mascherata di false sicurezze e smascherata da un continuo andirivieni di dichiarazioni avventate e di altrettanto rapidi dietrofront. Si può un giorno annunciare l'impeachment per il Presidente della Repubblica e il giorno dopo comportarsi come se nulla fosse stato. Suppongo che anche l'intento di nazionalizzare alcuni servizi pubblici potrebbe fare la stessa fine. Oppure trovare una soluzione di compromesso, come si è fatto sulla vicenda dei vaccini, inventandosi "l'obbligo flessibile", che è la forma più umoristica - se non fosse inquietante - che un governo di inadeguati abbia potuto finora inventarsi.

giovedì 16 agosto 2018

Bauman e il pericolo delle utopie rovesciate

"Abbiamo invertito la rotta e navighiamo a ritroso… Sono gli anni della retrotopia": questa frase, riportata in quarta di copertina, riassume efficacemente il contenuto dell'ultimo libro di Zygmunt Bauman, apparso nel 2017, pochi mesi dopo la sua scomparsa. Il sociologo / filosofo polacco, di origini ebraiche, divenuto cittadino inglese, autore di una produzione sterminata, illuminata da alcune metafore fortunate (e forse un po' abusate), come quella della liquidità, ci lascia con questo libro il suo ultimo messaggio. Un messaggio messo a fuoco lucidamente nella breve introduzione, seguita da quattro capitoli, molto ricchi sul piano della documentazione bibliografica, anche se un po' disomogenei e non privi di qualche ripetizione, che avrebbero meritato una revisione, forse resa impossibile dalla morte dell'Autore.

La tesi di fondo è semplice e suggestiva: la nostra epoca ha ormai bruciato da tempo ogni spinta in avanti, che aveva il suo "carburante" ideale nelle utopie moderne della emancipazione collettiva, del progresso illimitato, delle "magnifiche sorti e progressive", secondo il canto amaro de "La ginestra" di Leopardi. Ecco allora il capovolgimento, per il quale Bauman conia il termine di "retrotopia": «le speranze di miglioramento, a suo tempo riposte in un futuro incerto e palesemente inaffidabile, sono state nuovamente reinvestite nel vago ricordo di un passato apprezzato per la sua presunta stabilità e affidabilità» (p. XVI). Alla base dell'odierna "retrotopia" c'è la speranza di poter finalmente riconciliare sicurezza e libertà: impresa che Bauman ritiene giustamente mai tentata e mai realizzata. A differenza di ogni altra vera utopia, però, teorizzata, voluta, perseguita come una forma di riscatto, questo ritorno all'indietro non assomiglia a un progetto rovesciato, ma ha qualcosa di casuale, come accade nella esplosione delle disuguaglianze: «si tratta di effetto accidentale e inatteso - o, quanto meno, non oggetto di riflessione, né di diagnosi o prognosi - di molteplici forze sguinzagliate e fuori controllo» (p. 89).

Quello che Bauman chiama "l'innamoramento retrotopico per il passato" (e che di solito fa seguito a una rivoluzione mancata) oggi nasce da una convinzione di base: nei paesi ricchi, la maggior parte dei genitori è convinta è i propri figli se la passeranno peggio di loro. Quattro sono le forme fondamentali di questa "retrotopia". Anzitutto, un ritorno a Hobbes: il processo moderno di civilizzazione, infatti, ha portato solo a una "riforma delle buone maniere", nascondendo - ma non eliminando - una incancellabile pulsione violenta. Forse per questo "l'animale hobbesiano" che è in noi (homo homini lupus) non vuole coinvolgersi troppo nel rapporto con gli altri, per timore che esploda l'incapacità di controllo sugli istinti sgradevoli. Insomma, «dobbiamo riporre nel cassetto l'idea di un mondo senza violenza, una delle utopie forse più belle - ma anche, purtroppo, più irraggiungibili» (pp. 6-7). Il risultato è che la violenza delle gang di bulli di strada e la smania punitiva dei cittadini cominciano pericolosamente ad assomigliarsi: la violenza, vissuta come un temporaneo sollievo al nostro umiliante senso d'inferiorità, esercita un'attrazione morbosa…

Il "ritorno alle tribù" è un secondo effetto dell'odierna "retrotopia": la globalizzazione porta a concepire gli Stati come forme di vicinati, afferma Bauman citando Walzer, in cui è la tribù, alla fine, a decidere chi soccorrere e chi uccidere. Anticapitalismo, moralismo e xenofobia sono gli ingredienti di base, secondo Boltanski, di questo tribalismo di ritorno, fondato sul bisogno paradossale di sentirsi parte di una società formata da individui, ossessionati dalla paura di perdere lo status sociale dei genitori. Il crollo della  fiducia in una comunità diversa va di pari passo con un'idea miope e conflittuale di tradizione, vagheggiata solo per proclamare che noi siamo stati i migliori, quindi per celebrare ciò che è nostro ed escludere gli altri, afferma Bauman, citando Lowenthal. La tradizione diventa orgoglio e l'ignoranza impedisce la reciprocità. Si riaffaccia quindi l'idea di uno Stato territorialmente sovrano, che è stata - secondo Bauman - la madre di ogni nazionalismo. Ecco la ricetta del successo dei populismi: «la rabbia degli esclusi e dei reietti è un filone incredibilmente ricco da cui si può attingere senza sosta per rifornirsi di capitale politico» (p. 64).
Bauman inquadra in tale prospettiva il fenomeno delle migrazioni: quando l'imperialismo coloniale era all'apice, circa 60 milioni di europei sono partiti alla volta delle Americhe, dell'Africa o dell'Australia, spesso riconvertiti in coloni o soldati, ma dalla metà del '900 il flusso migratorio si è invertito; secondo Michel Augier, nei prossimi 40 anni si prevede un miliardo di sfollati: «una marea montante di persone cacciate di casa dalle decine di guerre civli, etniche e religiose e dal banditismo nei territori che i colonizzatori si sono lasciati alle spalle» (p. 74). Un fenomeno che ci ha colti impreparati, «alla stregua di quelle tribù cui ci sforziamo di fare ritorno» (p. 77).

Al centro degli ultimi due capitoli ci sono altri due ritorni. Anzitutto il ritorno alla disuguaglianza. Il sistema ha dimenticato che bisogna occuparsi degli sconfitti: «A livello globale (secondo l'ultimo resoconto del Credit Suisse) - scrive Bauman - la metà più povera dell'umanità (3,5 miliardi di persone) possiede l'1 per cento di tutta la ricchezza mondiale: come le 85 persone più abbienti sulla Terra» (p. 88). Ormai i linguaggi dell'élite e quelli del resto del mondo sono diventati reciprocamente incomprensibili; dal Medioevo in poi, commenta Bauman, la distanza non è mai stata così profonda. In tale situazione la solidarietà diventa un "lusso costoso" (P. Verhaeghe) e l'unica strategia consiste nel trarre dalla situazione più vantaggi dei propri rivali. 

C'è infine una forma di ritorno al grembo materno: la disgregazione dei legami umani si accompagna infatti a una visione autoreferenziale del dovere morale e a una privatizzazione della speranza. Il mito narcisistico ha le sue manie di grandezza, ma comporta anche un'angoscia permanente, dal momento che «tutta la responsabilità per gli insuccessi dell'esistenza è stata spostata sulle spalle degli individui» (p. 125). Il culto di sé deve continuamente difendersi, però, dal narcisisismo degli altri, e questo smaschera l'illusione di tenere insieme libertà e sicurezza: la crescita della prima è sempre a scapito della seconda, mentre l'amore non offre più garanzie contro questo "esercito crescente di solitari". Una contraddizione che potrebbe riassumersi con le parole di Tim Jackson: «ci convincono a spendere soldi che non abbiamo per procurarci cose  che non ci servono per fare un'impressione che non durerà su gente di cui non c'importa nulla» (p. 120). 

Queste 4 forme di regressione hanno dunque in comune, secondo Bauman, un vero e proprio "terrore del futuro", mentre lo Stato nazionale «dimostra la sua assoluta inadeguatezza ad agire efficacemente nell'attuale condizione d'interdipendenza planetaria degli uomini» (p. 161). Abbiamo davanti a noi «un lungo periodo di domande più che di risposte, di problemi più che di soluzioni, in bilico tra il successo e il falllimento», e non dobbiamo dimenticare di essere «come mai prima d'ora, in una situazione di aut aut: possiamo scegliere se prenderci per mano o finire in una fossa comune» (p, 169).
Anche Bauman dichiara, in chiusura, di aver trovato la "risposta più convincente" nell'appello al dialogo di papa Francesco, le cui condizioni «dipendono dal ripetto reciproco e dal presupposto, dalla garanzia e dal mutuo riconoscimento dell'eguaglianza di status» (p. 168). Un messaggio finale che potrebbe essere rivolto a tanti cristiani, vittime e complici anch'essi - spero senza accorgersene - di questa voglia irresponsabile di retrotopia.

IL LIBRO
Z. Bauman, Retrotopia, tr. it. di M. Cupellaro, Laterza, Roma - Bari 2017, pp. 181, € 15