lunedì 31 dicembre 2018

Quando COMINCIA un anno NUOVO

«Ma insomma che cos'è il tempo? Lo so finché nessuno me lo chiede; non lo so più, se volessi spiegarlo a chi me lo chiede». Agostino introduce con queste parole, nel libro XI delle Confessioni, la sua celebre analisi intorno al tempo. Siamo così profondamente immersi nel mistero, da non accorgerci che persino le dimensioni più abituali della nostra vita, con le quali riteniamo di essere in confidenza, ci sfuggono nella loro radice più profonda. Crediamo di conoscere bene il tempo che passa, che plasma indelebilmente il vissuto, trasformando gli spazi del nostro esistere in una storia; eppure basta una domanda elementare intorno alla natura e al senso del trascorrere dei giorni per metterci in difficoltà. 

A differenza del silenzio immoto degli spazi siderali, dove il tempo coincide con l'orbitare prevedibile e monotono dei corpi celesti, la vita umana sulla terra è emersa, attraverso un percorso lentissimo e irreversibile, segnando uno spartiacque fra storia e preistoria. L'uomo e la donna sono diventati persone ricordando, progettando, situando la propria vita entro un reticolo condiviso di eventi, in qualche modo "spazializzati" attraverso clessidre, meridiane, orologi, calendari. Non riuscendo a comprendere il tempo nella sua sfuggente immaterialità, cerchiamo di inchiodarlo alla materialità dello spazio, immaginandolo come un lungo labirinto di stanze, che attraversiamo l'una dopo l'altra. 

Il tempo ci appartiene e ci sfugge, lo temiamo e lo amiamo, ne siamo schiavi e insieme produttori. Fino a dimenticare una verità fondamentale: cogliamo il divenire perché abbiamo la capacità di sporgerci verso un mondo che non passa; ci sentiamo a casa e insieme spaesati nella storia perché siamo "esseri doppi", a cavallo di due mondi: “Con una certa parte del nostro essere viviamo tutti fuori dal tempo” (M. Kundera). Il tempo ci appartiene, ma noi sentiamo di appartenere anche a una dimensione ulteriore, che resiste all'usura del divenire. Jorge Luis Borges lo dice in modo ancora più esplicito: “La vita è troppo povera per non essere anche immortale”.

Ma c'è un altro mistero, che in questi giorni punteggiati di auguri di buon anno - ora sinceri ora fatui - cerchiamo disperatamente di rimuovere: il tempo umano non è mai una successione neutra di fatti. È impossibile interpretare l'orbita di Marte come un suo merito o demerito; è altrettanto impossibile giudicare "cattivo" un leone che sbrana una gazzella "buona". La  storia umana, invece, è sempre un gomitolo aggrovigliato di bontà e malvagità. Il tempo siamo noi: non esistono tempi buoni e tempi cattivi, l'anno nuovo e l'anno vecchio non dipendono dal calendario.

E non c'è solo la "grande storia", fatta di monarchi capricciosi e di geni dell'intelligenza, di guerre orrende e di pace precaria; c'è anche una "piccola storia", che custodisce, sotto una patina deprimente di mediocrità e cattiverie gratuite, un paesaggio magnifico nella sua normalità, illuminato da eroismi quotidiani e da gesti di dedizione esemplare. C'è una "storia degli ultimi", nel bene e nel male, che in questi giorni di dissipazione festaiola ognuno di noi dovrebbe raccattare e onorare. Solo mettendoci sulle tracce di questi "pezzi di eternità" nascosti fra le pieghe del tempo che passa, possiamo meritare davvero di alzare lo sguardo oltre la curva dei giorni.

Personalmente, mi limito ad aprire a lista, invitando i miei lettori ad allungarla.
In positivo, segnalo le 33 onorificenze al merito della Repubblica Italiana, conferite dal Presidente Sergio Mattarella: storie e volti di impegno civile e di dedizione al bene comune che meritano di prendere il posto di tanti eroi negativi di cui gronda la rete, ammorbando la comunicazione e nascondendo l'onestà. 
In negativo, segnalo la violenza sulle donne: in Italia nel 2018 sono state uccise 94 donne; in 32 casi si può propriamente parlare di femminicidio, quando una donna viene uccisa in ragione del proprio genere. 
Vorrei aggiungere poi almeno altri tre nomi, praticamente sconosciuti. Felipe Gómez Alonzo è un bambino guatelmateco di 8 anni, morto la vigilia di Natale di stenti e disidratazione, mentre era sotto la custodia degli agenti di frontiera, dopo essere riuscito a entrare dal Messico negli Stati Uniti. La stessa sorte era toccata a Jakelin Caal Maquin, una bimba di 7 anni, morta l'8 dicembre. La dichiarazione di Trump, che cerca di scaricare sui democratici queste morti innocenti aggiunge rabbia al dolore. 
Vorrei ricordare infine la giovanissima Rouzan al-Najjar, uccisa il primo giugno da un soldato isaeliano mentre curava i feriti, come medico volontario, durante le proteste contro il blocco israeliano della striscia di Gaza. Una lunga e accurata indagine giornalistica del New York Times, appena pubblicata, ha fatto finalmente luce sulla vicenda, escludendo la natura accidentale della sua morte.
Nomi e volti da non dimenticare, se vogliamo iniziare il nuovo anno senza vergognarci.

venerdì 21 dicembre 2018

NATALE, la differenza che unisce

Supermercato, la sera poco prima della chiusura. La fretta sbrigativa degli ultimi acquisti. «Ho preso le fette biscottate. Le solite, quelle integrali». «Noo! Io mangio quelle ai cereali; non le rustiche e nemmeno quelle al malto. Quante volte te lo devo dire?». «Dài, è tardi, ormai stiamo alla cassa, non perdiamo la fila. Che vuoi che sia, l'una o l'altra…». «Ma vuoi scherzare? Adesso torni indietro e vai a cambiarle». 
All'uscita, ti accompagna l'ultimo sbuffo di calore, mentre l'aria gelida aggredisce il naso e le orecchie. Nella penombra, quel solito rompiscatole negro - sì, proprio negro - macina la sua incomprensibile cantilena: una monetina per lavare il tuo senso di colpa, in fondo si potrebbe fare. «No, non ci casco. Non mi fa né caldo né freddo. Mi è del tutto indifferente».

Abbiamo un problema con le differenze: stiamo diventando intransigenti con quelle piccole, al limite dell'intolleranza, e agnostici con quelle grandi, al limite dell'indifferenza. 
«Ma tu hai ancora sempre lo stesso gestore telefonico? Io non potrei mai e poi mai tornare indietro, non lo cambierei per tutto l'oro del mondo! Che c'entra, con le ragazze è un'altra cosa… Le donne sono tutte uguali!». 
«Non tradirei mai e poi mai la mia squadra del cuore! Dài, lascia perdere, alla mia compagna sono abbastanza spesso fedele…».
«Sono contro gli Ogm, la natura non si tocca e alle multinazionali si deve mettere un limite insuperabile, ma la donazione di embrioni e l'utero in affitto sono un'altra cosa. Non sarai per caso contro il progresso?».
«Io preferisco un caffè in vetro, macchiato caldo, mi dispiace, me lo può rifare? Sì, andiamo fuori quando c'è di mezzo un ponte. Le feste, in fondo, sono tutte uguali».
«Nessun cane è assolutamente paragonabile a un setter inglese, non c'è partita con gli altri… Guarda quel bambino che sta chiedendo l'elemosina: non sopporto per nulla questi mocciosi luridi agli angoli delle strade».
 
Sulle differenze piccole non siamo disposti ad arretrare di un millimetro, ma ormai abbiamo lasciato andare al loro destino le differenze grandi. A pensarci bene, sono due modi opposti di rivendicare un potere assoluto sul mondo che ci circonda: vorremmo trasformare, in modo arbitrario e insindacabile, il perimetro delle nostre preferenze in un mondo sublime, azzerando tutto il resto in una indistinta irrilevanza. Crediamo che il vero potere consista proprio nel capovolgere ogni gerarchia: posso parlare per ore (magari in orario di lavoro) del mio stupidissimo hobby, come se fosse la cosa più importante del mondo; posso ostentare indifferenza, snobbando tutto il resto («I partiti sono tutti uguali, i preti sono pedofili, ricchezza e povertà ci sono sempre state, la guerra è inevitabile, la pace non ci sarà mai…»). Dentro le nostre piccole tribù, abbiamo bisogno di idiozie per distinguerci, mentre fra una tribù e l'altra i ponti stanno crollando.

Il Natale, rispetto a questo stato di cose, è l'evento più sovversivo che si possa immaginare: l'eterno entra nel tempo, il divino si fa umano, l'infinito abita il quotidiano. Mentre noi continuiamo a fabbricare differenze fasulle e a profanare differenze genuine, usando le une e le altre per dividere il nostro ego dal resto del mondo, solo la Differenza infinita, entrando nella storia nella forma umanamente più povera e del tutto improbabile, può unire tutti davvero, ristabilendo una fraternità calpestata e rimossa.
Purché però siamo disposti a superare lo "scandalo", cioè quella pietra d'inciampo, che noi stessi ci mettiamo davanti, ponendo l'asticella della fede al livello che più ci piace, al di sopra del quale perbenismo ipocrita e nazionalismo becero impediscono d'innalzarsi.

Scrive Kierkegaard: «Che il genere umano sia o debba essere affine a Dio, è vecchio paganesimo; ma che un uomo singolo sia Dio, è Cristianesimo, e questo singolo uomo è l’Uomo-Dio. Né in cielo, né in terra, né all’inferno, né nelle aberrazioni del pensiero piú fantastico c'è, umanamente parlando, la possibilità di una composizione più pazzesca» (Esercizio del Cristianesimo, Studium, Roma 1971, p. 142).

Un Natale meno indolore di come lo vorremmo ci costringe a misurarci con questa follia: Cristo come Uomo-Dio «è il paradosso che la storia non potrà mai digerire» (p. 92). Per questo, «la possibilità dello scandalo rispetto a Cristo in quanto Uomo-Dio sussisterà sino alla fine dei secoli. Se si toglie la possibilità di questo scandalo, si sopprime anche Cristo, lo si trasforma in qualcosa di diverso da ciò ch'egli è, il segno di scandalo e l'oggetto di fede» (p. 153).

Auguro a tutti i miei lettori un Natale di luce e un nuovo anno di bene!

domenica 16 dicembre 2018

Quale SILENZIO

Il 27 novembre scorso la sonda Insight della Nasa, partita il 5 maggio, si è posata su Marte, dopo aver percorso 460 milioni di chilometri. Rispetto agli altri 15 veicoli che hanno toccato il suolo del pianeta rosso dal 1971, Insight avrà energia sufficiente per compiere importanti esplorazioni, grazie anche a strumenti italiani. Oltre a scattare delle foto, è stato registrato anche il suono del vento su Marte: un fruscio emozionante, che dà le vertigini. Oltre questo "minuscolo" spazio interplanetario, che comprende il sole e i pianeti del sistema solare, si estende uno sconfinato spazio intergalattico, fra giganteschi ammassi composti da circa 15.000 galassie. Quel fruscio non è banale.
Se tuttavia una sonda marziana avesse fatto un viaggio al contrario e fosse arrivata il 27 novembre sul nostro piccolo pianeta, avrebbe registrato ben altri rumori di fondo: il fracasso assordante del traffico delle metropoli - il brontolio ora grave ora acuto dei motori, ma anche l'impertinenza petulante dei clacson; il crepitare improvviso delle armi e i lamenti dei feriti; le parole degli uomini di potere - un mix di arroganza presuntuosa e di demagogia viscida. Non solo questo, per fortuna: anche la denuncia vibrante del profeta che leva la sua voce nel deserto contro le ingiustizie degli uomini. 
Se il sistema di rilevazione fosse in grado di azzerare questo frastuono insolente, allora non sarebbe difficile udire toni più morbidi e discreti: la mamma che culla il suo bimbo, sussurrandogli la ninnananna di sempre; il figlio che veglia la mamma malata e ha imparato a restituirle parole lievi e pietose di consolazione; il vecchio prigioniero nella sua demenza, che ripete all'infinito la solita litania insensata e inascoltata; il povero che bisbiglia le parole logore e stanche dell'elemosina. Non solo questo, purtroppo: anche le parole della corruzione, appena accennate a mezza bocca, astutamente ammantate di ipocrisia perbenista.
Se poi fosse possibile neutralizzare anche questi sussurri di umanità pietosa e discreta, resterebbe un silenzio di fondo, ben più arduo da decifrare di quello che avvolge lo spazio siderale. Perché c'è un silenzio buono, fatto di ascolto attento e partecipe, di dedizione gratuita, di contemplazione del mistero che ci accoglie e ci sovrasta. Ma c'è anche un silenzio cattivo, che non è solo il mutismo imbronciato del bambino, ma anche il frutto impassibile del disprezzo, della soppressione della parola, della rottura di ogni  reciprocità. C'è un silenzio che nasce da un eccesso di senso, che educa all'umiltà dell'adorazione; c'è un silenzio che nasce da un deficit di senso, che incattivisce l'indifferenza fino alla crudeltà.
La via verso il silenzio buono passa attraverso parole pulite, ascolti accoglienti, sorrisi genuini. Forse abbiamo bisogno di una ecologia della parola per rendere ancor più credibile ed efficace il nostro impegno - legittimo, sacrosanto - per il rispetto dell'ambiente. Non è però solo l'equilibrio precario della biosfera ad avvicinarsi rapidamente a un punto irreversibile di rottura; è anche il mondo della logosfera a conoscere un tasso di avvelenamento ancor più devastante. La parola, questa merce unica e deteriorabile, con la quale gli umani compongono e scompongono la trama delle relazioni, è oggi sottoposta a una violenza inaudita e pervasiva, che logora, distorce, capovolge il senso; trasforma lo scambio in aggressione, l'incontro in scontro, il dialogo in monologo; fa terra bruciata attorno a noi, avvelena i pozzi del dibattito pubblico, profana la verginità dello stupore.
Come scrive David Le Breton, «la parola è un filo sottilissimo che vibra sopra l'immensità del silenzio» (Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo, Cortina 2018, p. 25). Per questo, «l'immensità del silenzio circoscrive ogni scritto, ogni affermazione, l'intera esistenza dell'uomo, lasciandogli la possibilità di compiere un proprio percorso interiore lungo una riva che non ha inizio né fine… il silenzio ha sempre l'ultima parola» (p. 263). 
Forse, il primo passo per bonificare i nostri discorsi avvelenati e il nostro parlare compulsivo è aumentare la "punteggiatura del silenzio"; solo quando comincerà a scendere la marea delle parole ostili e infette in cui rischiamo di annegare, riappariranno i volti e si potrà tornare a sorridere.
 

venerdì 7 dicembre 2018

VITA dell'autunno, AUTUNNO della vita

Un mattino qualunque, di una giornata qualunque. Fredda, piovosa. Insignificante per chi sta andando al lavoro, di fretta come sempre. Chiuso nei propri pensieri, trafficando con smartphone e autoradio. Il tepore dell'auto che si sta riscaldando aumenta la percezione di un isolamento privilegiato. L'inverno è ormai alle porte, fuori. Folate di vento scuotono gli alberi lungo la strada, strappano le ultime foglie, che s'involano in mulinelli sbilenchi e frenetici, sparpagliandosi rapidamente a terra. Dietro una curva, compare all'improvviso una foglia isolata, staccatasi da un pioppo o da un platano, chissà; svolazza nell'aria, sfiora il tergicristallo, riceve una spinta inattesa verso l'alto. La vedo dallo specchietto, mentre atterra pigra e ciondolante sull'asfalto bagnato. Non farà in tempo a sgretolarsi, polverizzandosi fra le zolle umide dei campi. Dietro di me arriverà un'altra auto, e poi un'altra ancora: uno schiacciamento dopo l'altro, deciso e inesorabile, e di quella preziosa velatura accartocciata di colori - unicità irripetibile fra i miliardi di foglie tornate alla terra dall'inizio di tutti i tempi - non rimarrà che una poltiglia grigiastra. Insignificante e sconosciuta per tutte le auto che sfrecciano rabbiose su quel tratto d'asfalto.
Eppure, quell'evento impercettibile e scontato - così normale e insieme così eccezionale - resta infisso come un unicum nella storia dell'universo. Eternamente vero. Tutto ciò che accade, nella sua singolarità assoluta, non potrà mai più ripetersi, nello stesso tempo e nello stesso modo. Niente e nessuno potrà mai disfarlo, riavvolgere indietro il film del divenire e riattaccare quella foglia al ramo da cui proveniva. Nessun evento - nemmeno il più minuscolo e insignificante nello sconfinato ciclo vitale della natura - potrà essere mai azzerato. Ignorato, ma non azzerato.
In questo senso, tutto ciò che accade, accade per l'eternità: proprio tutto, non solo le guerre di Napoleone, ma anche i sorrisi dei bambini, le lacrime degli adolescenti, le umiliazioni dei vecchi, così come il bramito di un cervo o lo stormire delle fronde. Accorgersi di questo, per gli umani, significa affacciarsi su un universo che dà le vertigini; significa essere testimoni dell'eterno. Testimoni accidentali, non padroni assoluti. L'eternità che "raccoglie" il tempo che passa, che garantisce e salva anche l'evento minimo - nella nostra scala di giudizio del tutto trascurabile e praticamente prossimo allo zero - non può che essere il nome infinito di Dio. Quella foglia, quell'unica foglia che ha sfiorato il parabrezza della mia auto, è caduta davanti a me, ma "è accaduta" davanti a Qualcuno. 
Nella nostra frenesia dannatamente disattenta - oggi sempre più nevrotica e autocentrata - ci stiamo perdendo il bello della diretta: il creato continua a raccontarci di una contingenza eternamente indelebile, continua a visitarci ogni momento con il miracolo di una vita che si consuma ma non si perde; che si srotola intorno a noi, tornando ogni volta alla fonte originaria da cui tutto promana.
Il sistema mediatico crede di tenere in pugno ogni nostra giornata, di dettarci l'agenda, di obbligarci a vedere e a ignorare, di suggerirci parole logore e pensieri spenti, dopo averci abbandonato sul binario morto del senso comune, dove tutto è irrisorio e deludente. Eppure, basta una foglia per farci ritrovare il senso di una confidenza originaria con fratello sole e madre terra; per invitarci a camminare con passo lieve e occhi bambini in un universo che non è nostro e che da sempre invita a guardare lontano. 
Forse l'autunno è più vivo di quanto possiamo immaginare: è la nostra vita che sta diventando autunnale.