martedì 21 maggio 2019

DIO come una FELPA

Quando Karl Marx, nel 1844 scrisse nella introduzione alla Critica della filosofia hegeliana del diritto che «La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l'oppio dei popoli», non avrebbe mai immaginato che, a distanza di poco meno di un secolo, la storia lo avrebbe smentito così clamorosamente. 
Adolf Hitler è stato il primo grande leader politico ad aver compreso che le religioni - opportunamente "trattate" - non sono affatto un anestetico che induce sonnolenza, ma al contrario un potente energetico nella vita di un popolo: "Gott mit Uns" (Dio è con noi) era il motto inciso sulle fibbie delle cinture dei soldati del Reich. 
Come ci ricorda Daniele Rocchetti, il 31 gennaio 1933, all'indomani dell'incarico ottenuto da Hitler di formare il nuovo governo, il giovane pastore luterano Dietrich Bonhoeffer, in un intervento radiofonico alla “Berliner Funkstunde” dal titolo Il Führer e il singolo, denunciò profeticamente il pericolo che il Führer, cioè colui che guida un popolo, potesse diventare un Verführer, ossia un seduttore, “uno che travia” il popolo. Bonhoeffer sarà impiccato il 9 aprile del 1945 con l’accusa di aver complottato contro Hitler. Quel Dio che il paganesimo idolatrico del regime nazista aveva cercato di arruolare, come disse Enzo Biagi e come Rocchetti ci ricorda, «per fortuna disertò»
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Da qualche decennio, la sciagurata tentazione di usare la religione come efficacissimo ricostituente per ideologie un po' anemiche sta tornando di moda. Per occupare la scena pubblica, la farmacopea politica oggi sembra avere gli scaffali vuoti, ma si può attingere a piene mani - totalmente gratis - alla simbologia religiosa, di cui si sta scoprendo la forza identitaria, come memoria collettiva e collante sociale. 
Nessuno  provi minimamente a equivocare: non sto dicendo che chi oggi brandisce un corona del Rosario in un comizio pubblico è un neonazista o un "parente povero" di Hitler. Tuttavia persone diverse, in contesti diversi, persino con fini diversi possono compiere lo stesso abuso, la stessa offesa alla fede: nel genio diabolico del male può trattarsi di una strategia intenzionale, pianificata a tavolino e tragicamente coerente fino alla fine; nel politicante trasformista, che annusa la piazza e veste la casacca che al momento rende di più, magari cambiandola con un'altra subito dopo, si tratta di una commediola all'italiana. Non altrettanto pericolosa ma non meno offensiva per i credenti.
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Ha scritto Richard Sennett che il tribalismo «abbina la solidarietà per l'altro simile a me con l'aggressività contro il diverso da me». Il punto è questo. Da una società che si era scavata una nicchia individualista, in cui ciascuno potesse esercitare in pace il proprio consumismo dissennato, si è passati a una società in cui globalizzazione e multiculturalismo hanno avuto effetti devastanti. Il tribalismo è l'esito di questa società: ormai post-individualista solo perché populista. Non mi sento più solo se scopro uno simile a me, soprattutto se ha le mie stesse paure e i miei stessi nemici. Attenzione: quando non mi sento più solo da solo, possiamo però essere in due a sentirci soli, e questo potrebbe renderci ancor più aggressivi. Alla fine, se non abbiamo altro cemento ideale, lo possiamo trovare nella paura del nemico. Una tribù di falsi amici ha sempre bisogno di una tribù di falsi nemici per essere se stessa. In questo modo il tribalismo, che vorrebbe rappresentare un'alternativa populista all'individualismo, produce un individualismo ancora più esasperato e incattivito. L'egoismo di gruppo è un detonatore degli egoismi individuali.  
Se poi anche la religione - una religione fatta più di totem che di fede - servisse a scavare fossati, allora potrebbe diventare anch'essa un ingrediente vitale di questa nuova miscela populista. Le religioni senza fede sono bandiere senz'anima, appartenenze senza comunione, dogmi senza amore, idoli senza Dio. Nella prima Lettera di Giovanni si legge: «Noi stessi abbiamo veduto e attestato che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo» (1Gv 4,14); salvatore del mondo, non dei cristiani, non della mia tribù contro un'altra tribù. La Lettera continua: «Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell'amore» (1Gv 4,18). Dunque la paura non può essere mai la sorella maggiore della fede, che pretende di disegnare il perimetro tribale dell'amore; non dell'amore di Dio né dell'amore del prossimo: “Chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1Gv 4,21). Suo fratello, non il proprio parente italiano.
Anche la Lettera di Giacomo ricorda che lo «spirito di contesa» e le «menzogne contro la verità» sono la radice di ogni falsa sapienza: «terrestre, materiale, diabolica; perché dove c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall'alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera» (Gc 3,14-17).
Non ho la pretesa di dire quale uomo politico sia un buon cristiano; nemmeno io riesco ad esserlo come vorrei. Né posso essere io a giudicare la fede di chicchessia, ma è difficile vedere i frutti buoni dell'albero della sapienza cristiana in chi vorrebbe giocare la partita politica con carte truccate: riducendo Maria, figura centrale del cattolicesimo, la “vergine madre figlia del tuo figlio» di cui parla Dante, semplicemente a un capo tribù, e forse gongola in cuor suo per aver strappato alla piazza una bordata di fischi contro papa Francesco. 
Certamente un cristiano non potrà permettere mai e a nessuno - a costo della vita - di trasformare la Buona Notizia che ha cambiato il corso della storia dando una speranza di vita vera a tutti, a cominciare dai disgraziati e dai reietti della terra, nel distintivo di una tribù disposta ad adorare solo il totem del proprio egoismo. Una felpa da appendere in un cimitero di cianfrusaglie, accanto all'ampolla con l'acqua ormai imbevibile del sacro Po.

mercoledì 15 maggio 2019

Dedicato al cardinale KRAJEWSKI, elemosiniere del PAPA


«Dio c’è, oggi l’ho visto personalmente. L’ho visto con i miei occhi... non ho parole…». È il post commosso di Enrico Melozzi, il compositore di origini abruzzesi che due giorni fa ha assistito al «miracolo» avvenuto nello stabile occupato di via Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, dove l’elemosiniere di Papa Bergoglio, il cardinale Konrad Krajewski, ha personalmente riattivato la luce staccata per morosità. 
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Senza entrare in questa sede in inutili tecnicalità giuridiche, vorrei ricordare su questo punto le parole di Paul Ricoeur, maestro indiscusso del pensiero contemporaneo.
Interrogandosi sul rapporto tra amore e giustizia, e ricordando che il giusto appartiene al buono prima ancora che al legale, Ricoeur afferma anzitutto che, per le sue potenzialità creative ed istitutive, l'amore insegna ad “entrare” nell’ordine della giustizia, diventando principio generatore di convivenza virtuosa e attivando esperienze comunitarie e sedimentazioni sociali capaci di rettificare le ineguaglianze in forme esemplari e riproducibili. 
Ogni attestazione di gratuità introduce un nuovo paradigma nel panorama della cultura e del costume dominanti, alimentando un ethos che la giustizia può ratificare e istituzionalizzare. In questo senso, egli afferma: «L’amore obbliga ad una giustizia educata all’economia del dono» (Un’obbedienza che ama, in A. Lacoque, P. Ricoeur, Come pensa la Bibbia. Studi esegetici ed ermeneutici, Padeia, Brescia 2002, p. 137)
Come non ricordare che molte istituzioni, oggi sottomesse ad una complessa trama di ordinamenti giuridici, dagli ospedali alle scuole, dalle banche ai sindacati, in origine sono state il prodotto di atti di “solidarietà lunga”, realizzati sotto forma di inclusione mediata del terzo?

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In un altro senso, però, proprio per le sue aspirazioni smisurate, l’amore insegna anche ad “uscire” dalla giustizia, assumendo il volto della profezia intransigente e insieme della supplenza misericordiosa, dinanzi alle cadute legalistiche della giustizia stessa, soprattutto quando essa si trasforma in una sentinella ridotta a proteggere il perimetro degli egoismi privati, assicurando una equità distributiva di superficie e consolidando lo scandalo intollerabile della disuguaglianza. 
L'amore può farlo, aggiunge Ricoeur, anche ricorrendo ad atti simbolicamente sovversivi e giuridicamente perseguibili, che aprono però orizzonti nuovi e in tal modo vengono in soccorso della giustizia autentica, aiutandola a ritrovare le sue originaria vocazione universale. «L’amore deve destabilizzare – ammonisce Ricoeur –, disorientare una concezione puramente utilitaria della giustizia»; esso infatti «eleva la giustizia al di sopra della semplice delimitazione sospettosa del mio e del tuo e la orienta verso un’idea di cooperazione, oserei dire verso un sentimento di mutuo indebitamento» (Giustizia e amore, Giustizia e amore: l'economia del dono, in D. JervolinoRicoeur. L’amore difficile, Studium, Roma 1995, p. 150)
A ben guardare, la fragilità dell’amore è proprio la sua forza, e la storia non è avara di esempi profetici in tal senso: i profeti deboli e disarmati sono spesso quelli che vincono guerre apparentemente disperate. Il peso torbido del male non riesce ad oscurare la "debolezza" del bene, che può affermarsi anche affidandosi al coraggio del testimone. 
«Per spostare di poco la barriera – è ancora Ricoeur – sono stati necessari atti intempestivi, spesso illegali nei riguardi della legislazione vigente. Per esempio san Francesco, che applica alla lettera i comandamenti eccessivi, esorbitanti, stravaganti del Sermone sul Monte; oppure Gandhi che tenta di trasformare la non violenza in arma politica sotto forma di resistenza non violenta. E Martin Luther King, che rompe le regole, perfettamente legali, che istituivano la segregazione razziale» (Ivi, p. 152).

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Non c'è nulla da aggiungere.
Ogni riferimento al gesto dal cardinale Krajewski, elemosiniere di papa Francesco, NON è puramente casuale

domenica 12 maggio 2019

Alla giusta DISTANZA per guardare LONTANO

Riprendo il discorso avviato nel post precedente e dedicato alla fatica di riattivare - da entrambe le parti -  un vero dialogo tra le generazioni. Il fenomeno è complesso, i fattori sono tanti. Qui vorrei limitarmi a indicarne uno, al quale non sempre dedichiamo l'attenzione che merita. Prima ancora di entrare nella spirale pericolosa e inutile delle recriminazioni reciproche, è il caso di mettere in discussione il nostro sguardo sulla realtà: sguardo corto o sguardo lungo? Sguardo opportunista o disinteressato? Sguardo individualista o comunitario?
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Il grande nemico di queste domande è il mito dell'attualità, che sta seducendo un po' tutti: giovani e adulti, vecchi e ragazzini. Questo mito ci dà l'illusione di essere "in presa diretta" sui problemi, di poter esibire sempre un'opinione su tutto; un'opinione indiscutibile, fatta di certezze granitiche, sospettosa e aggressiva nei confronti di ogni opinione diversa (dimenticando che si tratta di opinioni, cioè di punti di vista opinabili e per questo estremamente volubili, destinati a durare lo spazio di un mattino). 
Ma questo conta poco per il presentismo che ci sta stregando: quello che penso vale assolutamente adesso; l'importante è difenderlo con le unghie e con i denti. Domani è un altro giorno, si vedrà… Inutile provare a dire che l'istantaneità non può essere mai assoluta, ma sempre e soltanto relativa al momento. 
Ogni affermazione perentoria -  di un politico davanti a un microfono, come un di un perdigiorno al bar - è tanto più energicamente inoppugnabile quanto più effimera e di breve durata; tra qualche giorno si potrà disinvoltamente spostare il discorso, cavalcare una diversa opinione, pompare retoricamente un'altra apocalittica da quattro soldi. 
Purtroppo, oggi sembrano vivere alla giornata non solo gli sfaccendati, ma anche i cosiddetti VIP, che hanno grandi responsabilità sulla vita degli altri e che a volte tirano avanti così, riscrivendo continuamente l'agenda, accendendo qua e là fuocherelli fatui di gossip politico, di cui a distanza di ore nessuno si ricorderà più.
Il mito dell'attualità ha partorito tre gemelli, ed è impossibile adottarne uno senza portarsi in casa anche gli altri due: presentismo, visceralismo, trasformismo. Il sentire è viscerale, con l'intera gamma effimera delle risonanze emotive di cui si alimenta, in positivo o in negativo: dalla simpatia all'antipatia, dall'euforia al catastrofismo, dall'eccitazione alla rabbia… Il presentismo è miope, il visceralismo è addirittura cieco, il trasformismo è cinico. Se questi gemelli si sposassero e mettessero al mondo dei figli, non ci sarebbe da stare allegri.
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È inutile cercare di combattere questo mito ricorrendo alle sue stesse armi; si farebbe il gioco del nemico, come si diceva una volta. Anzitutto dobbiamo tornare a guardare lontano. Per vedere un disegno, abbiamo bisogno di metterci a distanza: a distanza dalle inquadrature troppo corte; a distanza dalle reazioni viscerali; a distanza dalla disinvoltura opportunistica. 
Dobbiamo interrogare la storia, in modo serio e non superficiale: la storia della cultura, delle istituzioni, delle famiglie, dei singoli. Dobbiamo imparare a riconoscere quanti hanno bluffato, vedendo fumo e seminando violenze, e quanti invece ci hanno lasciato eredità preziose, luminose, esemplari per tutti. Dobbiamo cercare di capire che cosa ha funzionato e che cosa non ha funzionato in alcuni passaggi d'epoca, di cui scontiamo i problemi non risolti e le opportunità non riconosciute…
Dobbiamo chiederci come sarà questo paese tra cinquant'anni: quali saranno le culture, le idee, i progetti, le politiche sociali, le pratiche educative capaci di resistere alle mode, per poter tessere e ricucire pazientemente un nuovo modello di convivenza. 
Qualcuno ci ha messo in mano un binocolo capovolto: sarà il caso di rovesciarlo. E tornare a ragionare.

sabato 4 maggio 2019

Da GRETA alle BABYGANG: edera senza corteccia?

(photo by Marco Alici)

Il 15 marzo 2019 migliaia di giovani studenti - in molti casi giovanissimi - hanno indetto uno sciopero in 150 Paesi per aderire allo Strike4Climate, la prima manifestazione globale in favore dell’ambiente dominata dalla figura dell'attivista svedese Greta Thunberg. Greta, 16 anni, è autrice, insieme alla sua famiglia, del libro La nostra casa è in fiamme (Mondadori, 2019) dove viene raccontata la sua storia e l'impegno per la difesa dell'ambiente. In breve tempo Greta è diventata simbolo di una nuova generazione di giovanissimi che guardano al futuro con un nuovo e forte senso di responsabilità. Fra l'altro, Greta sta partecipando a moltissime manifestazioni. Il suo sciopero del venerdì ha suscitato reazioni analoghe in altri paesi: Italia, Germania, Paesi Bassi, Finlandia, Danimarca, Australia. Il 4 dicembre 2018  ha parlato al vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi a Katowice, in Polonia, dove ha dichiarato, parlando ai leader mondiali: «Voi parlate soltanto di un'eterna crescita dell'economia verde poiché avete troppa paura di essere impopolari. Voi parlate soltanto di proseguire con le stesse cattive idee che ci hanno condotto a questo casino, anche quando l'unica cosa sensata da fare sarebbe tirare il freno d'emergenza. Non siete abbastanza maturi da dire le cose come stanno. Lasciate persino questo fardello a noi bambini». Analoghi interventi sono stati tenuti da Greta il 25 gennaio 2019 al Forum economico mondiale di Davos e il 16 aprile 2019 alla commissione Ambiente del Parlamento europeo. Il giorno successivo ha partecipato all'udienza generale di papa Francesco in piazza San Pietro a Roma.
Va anche ricordata l'attenzione riservatale in questa occasione da  un quotidiano nazionale, che, dopo averle dedicato un occhiello semplicemente disgustoso, con un giochetto di parole ("Vieni avanti Gretina") che definirei infantile se non fosse offensivo per i bambini, ha però azzeccato in pieno il titolo, credo in modo del tutto involontario: Greta vuole essere una convinta "rompiballe", soprattutto nei confronti di quei poteri forti, per i quali la regola è sempre la stessa: "Non disturbare il conducente".
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Un fatto di cronaca che di recente ha colpito l'opinione pubblica italiana (ma quanto davvero?) è stato il comportamento di una "babygang" a Manduria, un gruppo di bulletti di provincia che aveva messo in atto da tempo un comportamento violentemente persecutorio nei confronti di Antonio Stano, pensionato affetto da disturbi psichici, poi deceduto il 23 aprile.

Nei confronti di otto di questi ragazzi (sei dei quali minorenni) è stato emesso un provvedimento di custodia cautelare con le accuse di tortura, danneggiamento, violazione di domicilio e sequestro di persona aggravati dalla crudeltà, mentre altri sei sarebbero indagati. Particolarmente odioso l'esibizionismo mediatico delle violenze: filmate, condivise e brandite come un trofeo ripugnante di potere, fra l'indifferenza - speriamo non divertita - degli adulti.
La microcriminalità organizzata delle babygang è ormai un fenomeno grave e diffuso, la loro mimetizzazione territoriale non deve ingannare. Secondo Wikipedia, gli atti vandalici compiuti in due anni nelle cabine telefoniche sarebbero più di 44.000, quelli commessi negli autobus d'otto città nel 1999 ammonterebbero a 2.530; 3 miliardi e mezzo di danni sarebbero subiti ogni anno dalle Ferrovie dello Stato. I reati più frequenti consistono in lesioni, violenza privata, ingiurie e diffamazione, fino a giungere, nei casi più gravi, racket, estorsioni, pestaggi, vere e proprie rapine. 
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Che cos'hanno in comune lo straordinario movimento di mobilitazione dei ragazzi in difesa dell'ambiente, di cui Greta è solo la occasionale punta di iceberg, e le babygang? Credo che questa domanda sia seria e impegnativa, per vari motivi. Qui vorrei limitarmi a sottolinearne brevemente cinque aspetti, lasciando ai miei lettori il compito di allungare e approfondire la lista.
Anzitutto l'accostamento smentisce impietosamente ogni facile generalizzazione, dietro la quale, dinanzi a fenomeni complessi, cerchiamo di nascondere le nostre insicurezze. Parlare dei "ragazzi di oggi" (così come dei "ragazzi di ieri") non aiuta molto; non esiste una grandezza omogenea del tipo "ragazzi di oggi"; non ha senso, di conseguenza, affermare che nel complesso essi sono migliori o peggiori di altri tempi. Semmai, si potrebbe dire che negli ultimi anni le differenze sembrano essersi radicalizzate, e la distanza fra generosità altruistica e aggressività tribale si va approfondendo sempre di più.
Un secondo termine di confronto riguarda lo stabilizzarsi di comportamenti che si trasformano in veri e propri stili di vita: sia l'impegno civile sia la devianza si presentano non come atti episodici isolati, bensì come abitudini costanti, ai quali un tempo si dava il nome di virtù e di vizi. Com'è facile immaginare, la stabilità nel bene è un valore aggiunto, mentre la stabilità del male è un'aggravante che preoccupa.
In terzo luogo, merita di essere riconosciuto il potenziamento mediatico di questi comportamenti, che nel primo caso è all'origine di una mobilitazione quasi planetaria, mentre nel secondo attiva dinamiche esibizionistiche e forme di emulazione, che si stanno ormai spostando sempre di più dal piano dell'agonismo sportivo a quello della devianza. La vittoria che si vuole celebrare è in questo caso una sconfitta per tutti.
Un quarto aspetto, comune e trasversale alle nuove forme di protagonismo sociale delle più giovani generazioni - nel bene e nel male -, sembra essere costituito da un immediato radicamento territoriale: non è più l'orizzonte lontanto delle ideologie a polarizzare le aggregazioni giovanili, bensì la riconquista dell'orizzonte vicino, del mondo vitale più immediato da cui sono circondati e che invece sembra interessare molto meno il mondo adulto. Naturalmente, con una differenza fondamentale: nei nuovi movimenti di tutela attiva dell'ambiente l'atteggiamento dominante è quello del rispetto e della lungimiranza; si protegge ciò che ci è massimamente vicino per preservare ciò che oggi ci è massimamente lontano e che potrà interessare solo le future generazioni. Nel caso invece della microcriminalità, il rapporto con il territorio è quello tipico delle aggregazioni malavitose più rozze e primitive, che rivendicano un controllo esclusivo e violento di perimetri chiusi, quasi fossero proprietà private, proprio come l'etologia ci racconta di molte specie animali.
Infine, l'ultimo aspetto - forse il più inquietante - è una profonda e radicale rottura intergenerazionale,  con una perdita di reciprocità, di scambio, di dialogo, di corresponsabilità sociale; un fenomeno meno vistoso ma forse più profondo di quello che si manifestò nel '68. Prescindendo da qualche eccezionalità marginale (la complicità positiva fra Greta e la sua famiglia, a differenza di qualche complicità negativa fra qualcuno dei loro genitori…), siamo in presenza di una sorda indifferenza fra generazioni che si stanno reciprocamente voltando le spalle, ignorandosi in modo plateale e andando ognuna per la propria strada. 
Ma quale sarà, a questo punto, la corteccia rugosa attorno alla quale potranno abbarbicarsi i germogli teneri dell'edera di primavera, per poter salire davvero verso il cielo?