domenica 12 maggio 2019

Alla giusta DISTANZA per guardare LONTANO

Riprendo il discorso avviato nel post precedente e dedicato alla fatica di riattivare - da entrambe le parti -  un vero dialogo tra le generazioni. Il fenomeno è complesso, i fattori sono tanti. Qui vorrei limitarmi a indicarne uno, al quale non sempre dedichiamo l'attenzione che merita. Prima ancora di entrare nella spirale pericolosa e inutile delle recriminazioni reciproche, è il caso di mettere in discussione il nostro sguardo sulla realtà: sguardo corto o sguardo lungo? Sguardo opportunista o disinteressato? Sguardo individualista o comunitario?
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Il grande nemico di queste domande è il mito dell'attualità, che sta seducendo un po' tutti: giovani e adulti, vecchi e ragazzini. Questo mito ci dà l'illusione di essere "in presa diretta" sui problemi, di poter esibire sempre un'opinione su tutto; un'opinione indiscutibile, fatta di certezze granitiche, sospettosa e aggressiva nei confronti di ogni opinione diversa (dimenticando che si tratta di opinioni, cioè di punti di vista opinabili e per questo estremamente volubili, destinati a durare lo spazio di un mattino). 
Ma questo conta poco per il presentismo che ci sta stregando: quello che penso vale assolutamente adesso; l'importante è difenderlo con le unghie e con i denti. Domani è un altro giorno, si vedrà… Inutile provare a dire che l'istantaneità non può essere mai assoluta, ma sempre e soltanto relativa al momento. 
Ogni affermazione perentoria -  di un politico davanti a un microfono, come un di un perdigiorno al bar - è tanto più energicamente inoppugnabile quanto più effimera e di breve durata; tra qualche giorno si potrà disinvoltamente spostare il discorso, cavalcare una diversa opinione, pompare retoricamente un'altra apocalittica da quattro soldi. 
Purtroppo, oggi sembrano vivere alla giornata non solo gli sfaccendati, ma anche i cosiddetti VIP, che hanno grandi responsabilità sulla vita degli altri e che a volte tirano avanti così, riscrivendo continuamente l'agenda, accendendo qua e là fuocherelli fatui di gossip politico, di cui a distanza di ore nessuno si ricorderà più.
Il mito dell'attualità ha partorito tre gemelli, ed è impossibile adottarne uno senza portarsi in casa anche gli altri due: presentismo, visceralismo, trasformismo. Il sentire è viscerale, con l'intera gamma effimera delle risonanze emotive di cui si alimenta, in positivo o in negativo: dalla simpatia all'antipatia, dall'euforia al catastrofismo, dall'eccitazione alla rabbia… Il presentismo è miope, il visceralismo è addirittura cieco, il trasformismo è cinico. Se questi gemelli si sposassero e mettessero al mondo dei figli, non ci sarebbe da stare allegri.
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È inutile cercare di combattere questo mito ricorrendo alle sue stesse armi; si farebbe il gioco del nemico, come si diceva una volta. Anzitutto dobbiamo tornare a guardare lontano. Per vedere un disegno, abbiamo bisogno di metterci a distanza: a distanza dalle inquadrature troppo corte; a distanza dalle reazioni viscerali; a distanza dalla disinvoltura opportunistica. 
Dobbiamo interrogare la storia, in modo serio e non superficiale: la storia della cultura, delle istituzioni, delle famiglie, dei singoli. Dobbiamo imparare a riconoscere quanti hanno bluffato, vedendo fumo e seminando violenze, e quanti invece ci hanno lasciato eredità preziose, luminose, esemplari per tutti. Dobbiamo cercare di capire che cosa ha funzionato e che cosa non ha funzionato in alcuni passaggi d'epoca, di cui scontiamo i problemi non risolti e le opportunità non riconosciute…
Dobbiamo chiederci come sarà questo paese tra cinquant'anni: quali saranno le culture, le idee, i progetti, le politiche sociali, le pratiche educative capaci di resistere alle mode, per poter tessere e ricucire pazientemente un nuovo modello di convivenza. 
Qualcuno ci ha messo in mano un binocolo capovolto: sarà il caso di rovesciarlo. E tornare a ragionare.

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